“Nostalgia di casa” di Stefano Franchini – I Racconti della Bussola

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“Nostalgia di casa”

di Stefano Franchini

Editing di Camilla Ciurli

Mi chiamo António Sánchez. O Suárez, non ricordo.

Sono un investigatore privato. Sapete, di quelli con il cappello e l’impermeabile di un logoro color senape.

Noi investigatori viviamo una vita difficile, nei nostri uffici pieni di muffa e ragnatele. Pochi clienti entrano da quella porta e meno ancora se ne vanno soddisfatti dal nostro aspetto o dal nostro preventivo, ma chi sceglierà di affidarci un incarico avrà preso la giusta decisione. Noi investigatori privati ci assicuriamo sempre di fornire il miglior servizio possibile, e António Suárez è il migliore in città. O forse era Sánchez?

Ho iniziato a fare questo lavoro dopo i trent’anni. Ma gli anni, si sa, passano per tutti. E come per tutti, anche per me erano volate le passioni e le ambizioni giovanili. Il tempo se le era portate via, come fanno i rivoli di pioggia con le lattine abbandonate sull’asfalto.

Quindi, un bel giorno, mi sono trasferito a pochi passi dal palazzo di vetro che ospitava il mio vecchio ufficio, in uno studio fumoso e sgangherato dove i topi fanno le veci del gatto e del chihuahua di quella smorfiosa della mia ex moglie, per niente felice della mia nuova carriera. Lei non mi capiva, non condivideva le mie scelte di vita e quindi aveva deciso di sbattermi fuori di casa. Ho saputo che poco dopo il suo insegnante di pilates aveva preso il mio posto: peggio per lui. Adesso vivo la mia vita da scapolo dannato, consumando ora dopo ora i mozziconi di sigaretta che trovo in studio. E comunque, gestire tutti quei soldi non era poi un granché.

Vedete, lo studio è anche casa mia. In un angolo, ben nascosto da pile disordinate di dossier e vecchi libri gialli che non ricordo di aver letto, c’è un piccolo frigorifero con qualche avanzo. Sotto la scrivania, invece, nascondo alla vista dei miei pochi clienti del cibo in scatola che una gentile signora mi porta di tanto in tanto: Mary si chiama, o forse Susan.

Il fatto è che queste mura di cartone sono sottili, come la porta di legno scadente e crepato. L’umidità non mi lascia mai, la sento nelle ossa, e questo impermeabile di seconda mano non basta a tenerla lontana.

Dalla mia posizione, attraverso il vetro sempre sporco, vedo passare decine, centinaia di persone al giorno, ognuna con i propri pensieri e le proprie paure. Scampoli dei loro discorsi si insinuano come spifferi di vento gelido dalle fessure, e io passo il tempo immaginando come siano queste vite così diverse dalla mia.

Quasi nessuno nota la porta del mio ufficio. È anche vero che non ho un’insegna. Non l’ho mai avuta. Forse è ostinazione, o forse voglio credere che i clienti, prima o poi, si accorgeranno della mia esistenza. O forse sono solo pigro. Le insegne costano, comunque.

Per terra ho un mucchio di cose che non ho voglia di mettere in ordine. Mi ripeto che fanno parte del look trasandato che tanto piace alle donne. Tra gli oggetti che decorano il pavimento c’è una discreta quantità di giornali spiegazzati, mai letti e ormai illeggibili, e una vecchia foto sbiadita che mi riporta alla mente il sapore delle ciliegie su quella maledetta torta nuziale.

Vicino alla porta vedo il mio borsalino grigio. Deve essermi caduto mentre cercavo di appenderlo al muro e adesso giace lì per terra, sottosopra, come una bocca spalancata in cerca di cibo. Spero non si sporchi troppo, ci tengo molto.

Una voce si avvicina e qualcuno apre la porta. La luce quasi mi acceca e intravedo una mano che lascia cadere qualche moneta nel cappello, per poi sparire.

La porta si chiude. Un cliente, finalmente.

Ho fame.


L’autore

Stefano Franchini.  Classe ’95, di professione capotreno, quando non viaggio penso a mille cose da scrivere. Ne scrivo due e una me la dimentico. Cresciuto nella bassa padana a pane, libri, musica e giochi di ruolo.

IG: https://www.instagram.com/steve_franchini/
FB: https://www.facebook.com/stefano.steve.franchini/

L’editor

Classe ’99, nata e cresciuta a Pisa, leggo da che ne ho memoria e infatti da qualche anno ho una pagina su instagram per parlare di libri e sfogare la mia logorrea con altri lettori. 

Quando avevo circa 12 anni, innamorata dell’inglese e del francese grazie ai miei professori delle medie, decisi che mi sarei laureata in Lingue per fare la traduttrice. Dieci anni dopo mi mancano tre esami per completare la triennale e se tutto va bene il prossimo settembre inizierò la magistrale in Traduzione letteraria.

Il sogno di tradurre romanzi è ancora lì, e a lui si è aggiunto quello di editarli, di affiancare gli autori nel loro percorso e aiutarli a vedere il loro libro pubblicato nella migliore versione possibile.

Non ho nessuna esperienza da editor, se non tanti libri “di piacere”, qualche manuale sull’argomento e un esame universitario in editoria digitale che mi ha dato la spinta giusta per intraprendere questa strada.

Instagram: @cami_readingjournal

Blog: Cami Reading Journal

Vuoi sapere com’era il racconto prima dell’editing?


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