“La nostra parte di notte” – Mariana Enriquez per Marsilio

«Non voglio morire, Tali. Ho paura. Quelli come me non vanno verso la morte. Vanno verso l’Oscurità.» «Questo non lo sai.» «Sì che lo so. A volte decido di non crederci. Quando ci credo, farei qualsiasi cosa per evitarlo.»

Il percorso delle anime, quello della crescita attraverso anime altre e la paura, è il tema che lega tutte le forme di racconto. In La nostra parte di notte, Enriquez intreccia magistralmente – sulla scia della tendenza sudamericana – l’occulto e lo spirito con la crudeltà dell’uomo attraverso la ricostruzione storica e magica dell’Argentina dagli anni Sessanta agli ultimi Novanta: sono la dittatura fascista, la guerra Sporca, i desaparecidos. Un romanzo del terrore disegnato nella cornice di un perfetto realismo magico dove a guidare la trama ci sono un cambio generazionale, l’amore nelle sue forme più oscure e la morte.

Mariana Enriquez, in un’intervista di Silvia Pelizzari (QUI completa), parla dell’idea dietro il romanzo:

«[…] ho capito di voler parlare dell’eredità, di cosa trasmettiamo ai nostri figli, di che futuro pensiamo per loro; se è possibile che i figli si separino dai nostri traumi e dalle nostre nevrosi (o se invece ne siano esclusi) o se siano costretti in qualche modo a ripeterli. E questo non solo a livello micro-familiare, ma storico: esistono società condannate a ripetere la storia ed esistono quelle che non lo fanno. Quella che incarna Gaspar è una domanda sull’eredità e sull’identità. Si tratta anche della voracità del privilegio, che credo sia una questione universale che si verifica ovunque: l’impunità dei potenti incarnata dall’Ordine.»

Tema, purtroppo, più che attuale. In La nostra parte di notte Juan è il medium dell’Ordine, la bestia dagli artigli dorati capace di comunicare con il dio vorace, ma soprattutto è schiavo, pur nella sua posizione d’onore, della famiglia Bradford. Gaspar, figlio di Rosario Bradford-Reyes e di Juan, è l’eredità. E lo scopo di Juan è quello di impedire al figlio di diventare come lui, di impedire che altri lo trovino e che lo costringano a essere come lui: a ragione di questo obbiettivo, che diventa tormento umano e terrore per il futuro, il dio dorato dimostrerà quanto, per amore, si arrivi a commettere azioni spregevoli, ripugnanti, oscure. E che queste non sempre portano dove vorremmo.

La narrazione si articola attraverso più punti di vista: da Juan a Gaspar poco più che bambino, da un reportage fuori campo a Rosario, e di nuovo a Gaspar adolescente. La scrittura tossica di Enriquez, quella nudità di parole, quella schiettezza volgare e la sua (straordinaria) capacità di mostrare il terrore e l’umore dei corpi mi ha calamitata dalle prime pagine. Ma non è una storia semplice, di sicuro non è una lettura semplice.

Sempre nell’intervista, l’autrice ci svela:

«[…]La letteratura sulla malattia e sui corpi mi sembra scarsa e mi sorprende questa carenza, perché l’esperienza del corpo danneggiato, sofferente, malato è molto comune. Come se quella parte dell’esperienza arrivasse poco e male alla letteratura, che riescano ad essere protagonisti solo corpi “capaci”.»

Ed è sui corpi che la narrazione preme di più, si fa umida, viscida, mette a disagio chi legge. E la trama gioca avanti e indietro nel tempo, sfarinandosi un po’ sul finale, a mio parere, ma non allentando mai la tensione di chi guarda.

Da un po’ non mi capitava di leggere una storia, nel genere del terrore contemporaneo, così coinvolgente su aspetti che, a volte lo dimentichiamo, sono indissolubilmente legati tra loro: realtà e terrore, fanatismo e politica, amore e morte.

Trovate il volume QUI

E voi, che ne dite, vi ispira? Leggete il genere?

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Vi ricordo che mi trovate anche su IG con tanti contenuti su editoria e scrittura, QUI.

A presto!

Gloria

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