Le funzioni narrative nei romanzi

Quando leggiamo una storia, spesso ignare del volere di chi l’ha scritta, lottiamo con la nostra mente, costantemente richiamata da altro, per rimanere concentrate, imprigionate fra le pareti narrative e allegramente inconsapevoli di star scivolando nei tranelli e nei sentieri battuti per noi dall’autore (implicito) del romanzo.

È quella meravigliosa sensazione di isolamento e vortice, quella che chi scrive brama che i suoi lettori provino e chi edita cerca di modellare fra le parole e gli strumenti narrativi messi a disposizione, reperibili o modificabili. L’obiettivo ultimo, difficile e non totalizzante, è quello di coinvolgere chi legge cercando in ogni modo possibile di portarlo nella direzione scelta, o prospettata, della storia.

Questo si ottiene in gran parte con le funzioni narrative e gli elementi narrativi che l’autore implicito (colui o colei che noi leggiamo e che a noi si rivolge, in modo palese o meno) mette in campo nella storia, dosandoli e misurandoli a seconda della scena, del capitolo o dell’atto narrativo.

Le funzioni narrative sono dunque il volere dell’autore o dell’autrice e l’insieme di espedienti, tecniche e punti di osservazione che la scrittura, come canale di comunicazione scelto, mette a disposizione di chi scrive.

Esistono diverse tipologie di funzioni narrative, ma prima di elencare quelle scelte per questo articolo e di analizzarle, dobbiamo fare un passo indietro.

Il linguista russo Roman O. Jakobson, fra la miriadi di studi, teorizzò il modello comunicativo ad oggi più utilizzato nello studio della linguistica. Ogni comunicazione, per esser definita tale, possiede almeno sei elementi: l’emittente, chi emette/pronuncia/scrive ecc., il messaggio, ovvero l’oggetto della comunicazione; il canale, ovvero il modo (scritto, orale, ecc) attraverso cui questa comunicazione viene esposta; il codice, cioè la tipologia di linguaggio (in senso ampio) che serve per ricevere e comprendere il messaggio fra le due parti; il referente, ovvero il contesto in cui la comunicazione si svolge e, infine, il destinatario del messaggio.

Dunque, se dovessimo ricreare un primo schema semplicistico per ciò che ci interessa, i ruoli dell’autore e del lettore sarebbero i seguenti:

emittente= autore implicito

messaggio = il romanzo nel suo complesso

canale = la parola scritta

codice = la lingua e le sue inclinazioni

contesto = la scena/capitolo/atto del romanzo

destinatario = lettore implicito

Ogni elemento risponde a una funzione che l’autore “reale” (detto in narratologia autore empirico) dà alla propria storia e che dovrebbe saper individuare e scegliere sia per il romanzo nel suo complesso sia per la scena/capitolo/atto del romanzo.

Ma veniamo al dunque.

Ognuno dei sei elementi può essere utilizzato nel romanzo nel suo complesso oppure nella singola scena/capitolo/atto per indirizzare la funzione che in quel momento ci serve (per cause diverse, come il voler trasmettere un certo tipo di sentimento, oppure di emozione, o ancora il voler descrivere, spiegare, coinvolgere, distrarre, depistare eccetera).

La funzione emotiva pone l’attenzione sull’emittente e ci aiuta a sottolineare cosa ne pensa un determinato soggetto (l’autore implicito, il narratore, un personaggio) di un determinato momento del romanzo. Solitamente è una funziona intrusiva, soprattutto quando l’autore implicito interviene con giudizi/ragionamenti, ma è anche una funzione utile per esprimere reazioni e sentimenti dei personaggi in relazione a una determina scena/momento/rivelazione eccetera della storia. In un testo con focalizzazione interna in terza persona, ad esempio, la funzione emotiva viene spesso utilizzata nei flussi di coscienza o negli elementi narrativi che comprendono: ragionamenti, indagini, giudizi, e qualsiasi tipologia di reazione, appunto, emotiva (o in generale espressiva).

Quando chi scrive pone l’attenzione sull’emittente con questa funzione narrativa, ciò che interessa il lettore riguarda primariamente il suo stato d’animo, giudizio o ragionamento. Sottolineare l’emittente significa anche dare un gusto diverso al messaggio (ciò che pensa il protagonista onesto sarà recepito diversamente da ciò che pensa, ad esempio, un narratore inattendibile), guidando chi legge nella direzione scelta dalla storia per la caratterizzazione di quel particolare personaggio/momento.

La funzione di prova (o conativa) si concentra invece sul destinatario del messaggio (il lettore implicito, un personaggio) e pone l’attenzione su alcune caratteristiche (positive, negative o grigie) del destinatario stesso, tessendone le lodi o imponendone critiche. Molto spesso, nella narrativa, si utilizza per anticipare l’entrata in scena di un personaggio al quale poi si rivolgerà un discorso o un dialogo, oppure all’interno di racconti o flashback che vedono l’emittente (personaggio, autore implicito ecc.) raccontare qualcosa sul destinatario (personaggio, lettore implicito ecc.). Lo stesso vale in momenti “presenti” dove un personaggio, ad esempio, si rivolge direttamente a un altro ponendo l’attenzione su questo secondo. Un esempio estremo lo ritroviamo in Calvino con Se una notte d’inverno un viaggiatore dove l’autore implicito si rivolge, descrive e comanda il lettore implicito.

La funzione di prova è molto interessante anche quando si parla di narratario, ovvero del destinatario reale o presunto della narrazione. In Cime Tempestose, ad esempio, il narratario di gran parte della storia è il signor Lockwood – al quale Nelly racconta la vicenda –, ma Lockwood è contemporaneamente il narratore che sente la vicenda raccontata e, per una parte, la vive.

La funzione poetica sottolinea il messaggio nel suo complesso, dunque il contenuto della narrazione generale o delle singole scene/capitoli/atti e, in questo caso, ancora più nello specifico: delle singole frasi e parole. L’uso dei vocaboli, il loro significato e cosa vogliono trasmettere è l’insieme degli elementi narrativi che utilizziamo, durante la scrittura, per portare avanti il nostro messaggio o quello dei personaggi. La funzione poetica potrebbe essere confusa con quella metalinguistica (sotto), ma la differenza sta nell’attenzione posta in maniera consapevole: in quella poetica sul messaggio attraverso le parole, in quella metalinguistica sulle parole attraverso il messaggio.

Ovviamente, la funzione poetica, puntando l’attenzione sul contenuto/messaggio, pone il lettore nelle condizioni di comprendere in maniera inequivocabile il tipo di informazione che l’autore implicito o il personaggio sta riversando sulla pagina e anche il modo attraverso cui lo fa. Questo permette a chi scrive di sfruttare l’attenzione massima del lettore per fornire dettagli o indizi necessari allo svolgimento della storia.

La funzione metalinguistica, invece, riguarda il codice, ovvero il porre l’attenzione l’utilizzo della lingua, del linguaggio e in senso più preciso dello stile di scrittura. Quando scriviamo scegliamo il nostro stile e il registro linguistico, avendo presenti anche tuti gli altri elementi della comunicazione (in particolare in destinatario che, per sommi capi, potremmo definire qui anche target), e il modo in cui desideriamo che chi legge comprenda, viva, sperimenti la nostra scrittura. Lo stesso vale quando editiamo: dobbiamo modellarci sulla scrittura dei nostri autori e autrici, individuando la funzione metalinguistica (o di riferimento al codice) non solo del romanzo intero ma anche del singolo personaggio (per l’appunto, un bambino non parla come un adulto e un adulto non si rivolge allo stesso modo a chi ama o a chi odia).

L’uso che si fa della funziona metalinguistica è forse il più diffuso a livello di presenza nel testo, poiché ha direttamente a che fare con il codice scelto, dunque le parole e la lingua, contenute appunto nel canale (la parola scritta). Anche nel particolare, però, chi scrive può sfruttare le parole per giochi o trucchi o tranelli in cui far cadere il lettore. Questa funzione è infatti molto utile nei giochi di parole, nei testi introspettivi oppure negli investigativi.

La funzione di contatto (o fàtica) pone invece l’attenzione sul canale della comunicazione con lo scopo di assicurarsi che tale canale (nel nostro caso la parola scritta, considerando il romanzo nel complesso) sia chiaro, aperto. In linguistica la funzione fàtica risponde esattamente alla funzione di una domanda come “Pronto, mi senti?”, ma allargando il concetto possiamo applicarla alla comprensibilità del canale di comunicazione che è la parola scritta e, in maniera ancora più particolare, anche a tutti gli elementi narrativi in cui un soggetto si interessa di capire se chi lo sta ascoltando lo capisce davvero o, al contrario, si interessa di non farsi capire (elementi criptati, messaggi eccetera). Ovviamente, volendo essere pignole, la funzione di contatto può essere considerata in tutti i vocativi del testo (“Anna, ascoltami!”) e in quegli espedienti o sotterfugi che l’autore implicito utilizza per non farsi comprendere oppure farsi comprendere a livelli (utilizzato moltissimo nei romanzi con indagini, misteri, segreti eccetera).

L’uso che l’autore ne fa nel testo serve, inoltre, a sincerarsi che anche il lettore implicito (o modello) sia all’ascolto, a richiamare la sua attenzione e a valutare quanto fino a ora il canale di comunicazione sia stato limpido. Nei libri di genere, soprattutto, questo spesso avviene sotto forma di riepilogo o di quelli che volgarmente chiamiamo spiegoni e che non sono sempre il male!

Infine, la funzione di contesto (o referenziale), che riguarda tutti gli elementi che ci inducono, durante la lettura, a collocarci o collocare il soggetto in un determinato contesto (scena/capitolo/atto), e, più nello specifico, in un determinato momento della narrazione. Il riferimento al contesto, o referente, è fondamentale per comprendere il tipo di messaggio e il tipo di emozione o sentimento che vogliamo comunicare quando scriviamo. Una battuta fatta a un funerale (contesto) avrà un riscontro diverso di una battuta fatta in discoteca.

L’uso della funzione referenziale è fondamentale per distinguere non solo la caratterizzazione del momento e dei personaggi, ma anche per creare l’atmosfera necessaria e voluta in merito a qul determinato contesto, che sia esso parte di una scena, di capitolo, di un atto o dell’intero romanzo.

Tutte queste funzioni narrative sfruttano gli elementi narrativi e gli espedienti (che compongono il romanzo, come analessi o prolessi, epifanie, rivelazioni, colpi di scena, cliffhanger ecc) ed è bene che chi scrive (tu!) e che chi edita (tu!) sappia identificarli, applicarli, riconoscerli.

Un appunto: questo articolo racchiude una rielaborazione dello studio della linguistica e della comunicazione, applicato al contesto narrativo. Per approfondire vi consiglio: Il testo narrativo, A. Bernardelli, R. Ceserani (QUI); Prima lezione di filologia, A. Varvaro (QUI); La linguistica. Un corso introduttivo, G. Berruto, M. Cerutti (QUI).

A presto,

Gloria


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