“Il dolore di un addio” di Annamaria Tartaglia – I Racconti della Bussola

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“Il dolore di un addio”

di Annamaria Tartaglia

Editing di Alessia Rasconi

3 luglio 2018

«Ma tu sei una mamma

Antonio, sulla punta dei piedi, mi tocca la pancia e mi guarda in attesa di una risposta. Forse a tre anni ogni persona che ti accudisce e ti ama è un po’ una mamma. Dopo tutti i pomeriggi passati con lui, i pannolini cambiati, le pappe sulle mie camicette a fiori, pensa che, in qualche luogo, io abbia un figlio, destinatario di tutto l’amore che a lui arriva soltanto per metà. Forse ne è persino un po’ geloso. Ma non si può essere gelosi di qualcuno che non esiste.

Antonio mi guarda aggrottando le sopracciglia, con quegli occhi che sembrano più trasparenti del solito.

Scoppio a piangere e corro in bagno.

«Ma che è successo a Maìa?» lo sento rivolgersi a te mentre mi allontano.

Mi sciacquo la faccia e ritorno.

Mi siedo accanto a te e ti faccio cenno di andare via; lo sapevo che non sarebbe stata una buona idea venire qui.

Non ancora almeno.

I bambini di questa famiglia li ho cresciuti, provo verso di loro un affetto che è difficile da spiegare a parole.

Io non sono una mamma, è vero.

Questo però non mi ha impedito di amare come una mamma.

Non sopporto le persone che dicono che non si può andare da chi non ha figli né per amore, né per consigli.

Credo che madre, prima che fuori, lo sei dentro.

Da quando ci siamo conosciuti me lo hai sempre detto: «Sei nata mamma, tu».

Per me è sempre stato un bellissimo complimento perché una mamma capisce, comprende, ma soprattutto ama come nessun’altro.

Negli anni in cui ho lavorato qui come baby-sitter ho capito quanto sia bello prendersi cura di un bambino che aspetta e vive delle tue cure, del tuo amore.

Qualcuno però ha deciso che no, un figlio mio non me lo merito.

Non smetto di piangere, perché è come se mi sentissi a metà, incompleta.

Nessuna donna è imperfetta senza un figlio e non è automatico che tutte lo desiderino nella loro vita. E va bene così: chi non lo vuole è giusto che non lo abbia; non si fa per dovere, o perché lo fanno tutti. Un figlio è il più sublime atto d’amore possibile.

Io però lo volevo. Tu lo volevi.

Non facevamo che immaginarci genitori da quando viviamo insieme.

Una passeggiata al parco, un giro al centro commerciale pieno di famiglie felici: ogni occasione era buona per fantasticare su come avremmo chiamato un figlio nostro, su quale tipo di genitori saremmo stati. «Dobbiamo averne tre, è il numero perfetto», io sorridevo e aggiungevo: «Va bene, a patto che siano due maschi e una femmina!» Scoppiavamo a ridere, un po’ per la felicità, un po’ perché ci sembrava tutto così lontano, naturale. Non vedevamo difficoltà.

Ora che il nostro sogno ci è stato strappato via, sentiamo un peso enorme sul cuore che schiaccia quel che resta di noi. 

Ci siamo allontanati, o forse sono io che mi sono allontanata da te, da noi, persino da me stessa. Sono confusa, non riusciamo più a parlare. Saliamo in macchina in silenzio, ingoio cercando di trattenere le lacrime che ormai sono sempre pronte a uscire, non si contano più.

Sai quante lacrime può versare una persona in una giornata?

«Amore, non fare così. Ci riusciremo!» Guardi la strada, poi me.

Finalmenti ne parli.

Non ti rispondo, lo so che lo dici per tirarmi su. Lo sento che non ci credi.

Togli la mano dal cambio e mi accarezzi la guancia portando via le lacrime. Alla fine hanno vinto loro, come sempre.

«Non pensarci più ai ricordi brutti, piccola mia» continui accarezzandomi la gamba.

Come parli facile, tu. Sono passati sei mesi da quella notte maledetta e ora dovrei stringere tra le braccia il mio Filippo. Volevamo chiamarlo Filippo, almeno questo te lo ricordi, tu che vuoi che rimuova tutto? Per te è acqua passata, o almeno è quello che dimostri. Ti invidio persino un po’ per come sei riuscito a riprendere la tua vita di prima. Per me non c’è quotidianità che basti a travolgere tutto questo.

Mi tocco la pancia, lo faccio spesso da quando il mio piccolo non c’è più. Come fosse la lampada magica che a furia di strofinare ti esaudisce il desiderio.

Parcheggi l’auto, ti giri verso di me e mi prendi le mani.

«Amore, io lo so quello che pensi. Che ho già dimenticato quello che ci è successo, che non ci penso più perché non ero io a portarlo, il nostro bambino. Sbagli. Non esiste un giorno in cui non pensi a come sarebbe stato: il colore dei suoi occhi, con il tuo nasino delicato o il mio naso importante.» Abbozzi un sorriso tra le lacrime che ti sono già arrivate alla gola. «Non esiste giorno in cui non pianga, di nascosto. Con te faccio il duro perché dobbiamo farci forza. Se mi vedi nel fango continui a sguazzarci anche tu. Non ne usciamo più.»

Ci abbracciamo, non ci importa neppure delle cinture di sicurezza che tirano: è più forte la voglia di stringerci.  Affondo la mia faccia nel tuo petto e ti bagno tutta la camicia. Sospiro forte, come se volessi liberarmi di tutto quello che ci ha tenuti lontani. Restiamo così per un tempo indefinito.

In questi momenti, penso che senza i tuoi abbracci mi sentirei persa, una casa senza il tetto, una bimba in mezzo alla tempesta.

È tra le tue braccia che torno a casa, che ogni pezzo del mio cuore va al posto giusto,ma quanto è difficile abbracciarsi, capirsi quando si ha il gelo nel cuore.

Rientriamo, ci infiliamo sotto le coperte e ci addormentiamo, stretti in un abbraccio silenzioso.

La notte passa in fretta: è sempre così quando ci sei tu a farmi scudo dalle paure.

Mi alzo, faccio colazione e inizia la mia solita giornata. Da quando ho smesso di lavorare, ogni giorno è uguale a tutti gli altri. Quando c’era il mio piccolino, trovavo un senso a queste giornate. Dovevo fare attenzione. Ora invece posso fare quello che mi pare, anche correre i cento metri e non me ne frega niente.

Nulla ha senso, nulla vale la pena.

Mi sento vuota.

Dicono che si guarisce quando si riesce a raccontare il trauma senza piangere. Se fosse vero, sono ancora molto indietro, non ne ho ancora parlato con nessuno. Forse perché quando lo racconto realizzo che è successo davvero. E che è successo a me.

Evitare è il verbo che più mi si addice. Evito di parlarne, evito di pensarci. Forse è questa la ragione per cui quello che mi è accaduto mi piomba addosso quando vuole. Se non vivo quel dolore, se non gli attribuisco un posto preciso se li prende tutti, i miei posti.

Devo ricavarmi il tempo di piangerein maniera consapevole, di guardare in faccia la sofferenza, relegarla in un angolino del mio cuore in modo che non si prenda tutto.

Così decido di chiamare Laura, la mia amica di sempre. Non le ho mai raccontato cosa è successo quella notte di febbraio. Quando è venuta a trovarmi a volte ho pianto, altre abbiamo passato i pomeriggi a fingere che andasse tutto bene. Tu lo sai, ci hai viste.

Lei è stata brava ad ascoltare i miei silenzi, ad abbracciare i miei vuoti.

Non mi ha mai chiesto nulla, lo ha saputo da te, quello che è successo. Ha capito che non ero pronta per parlarne e ha rispettato il mio dolore.

Ma ora sono io che decido di raccontarle tutto; non per lei, però, per me.

«Ciao, Laura, tutto bene? Ti va di passare per casa oggi? Devo parlarti» le dico.

«Ciao, sì tutto bene. Certo che vengo, ma devo preoccuparmi?»

«No, tranquilla, sto benone. Ho bisogno di fare una cosa.»

Mi alzo dal divano, ormai mio compagno di vita, e vado a specchiarmi.

Ho i capelli in disordine e sono in tuta, sciatta e svogliata.

Mi faccio una doccia, mi lavo i capelli e sto un po’ così. Sotto il getto di acqua calda che mi regala piccoli momenti di apnea, chiudo gli occhi e mi lascio rigenerare dal suo flusso.

Sa modellare le rocce, non può smussare gli angoli di questi pezzi di cuore? In modo che smettano di far male, in modo che smetta di sanguinarmi l’anima?

L’acqua scorre e io sto immobile, spero basti a rinnovarmi, a portarsi via il dolore, almeno per un po’. La pelle scotta, il vapore appanna lo specchio, la finestra e i ricordi.

Esco dal bagno, mi asciugo e sistemo i capelli. Indosso un jeans e una camicetta, un filo di kajal, destinato a star su per poco, e vado in cucina.

Tiro fuori l’occorrente e decido di fare dei muffin al cioccolato: a Laura piacciono tanto.

Mi rilassa preparare i dolci, quando sono giù non uso nemmeno lo sbattitore. Impastare con la frusta a mano mi fa stancare, come se scaricassi tutta quella negatività che sento addosso.

Il rumore della macchina di Laura mi anticipa che è arrivata, corro ad aprire il portone e la abbraccio forte.

«Vieni» le faccio segno di seguirmi.

«Che buon profumo! Muffin?» mi chiede.

«Sì, sono quasi pronti.»

Lo squillo del timer mi avvisa che il tempo di cottura è finito, verifico con lo stecchino e li tiro fuori dal forno.

Torno sul divano accanto a Laura e inspiro profondamente.

«Voglio raccontarti quello che è successo quella notte, voglio piangere più che posso e vedere come mi sento. Forse mi farà bene. Ho un peso qui che mi fa respirare a metà» dico con la mano sul cuore.

«Finora non sono mai riuscita a parlarne perché non volevo sentire quello che mi era successo. Ma se non trovo un posto a questo dolore continuerà ad essere ovunque.»

Laura tira il fiato, forse non se l’aspettava, ma si pone all’ascolto. Lo leggo negli occhi il suo Eccomi.

«Io e Alessio eravamo sul divano, abbracciati, guardavamo per l’ennesima volta Se mi lasci ti cancello, ci piace sempre. Un bel film di cui conosci il finale è un piacevole posto in cui rifugiarsi quando fuori piove. Quella sera pioveva tanto, ma non ci importava. Ero sul divano con i miei amori, uno accanto e uno dentro di me, poteva esserci pure un uragano, là fuori.» Mi fermo e sento come una fitta alla pancia.

Tutta suggestione, Maria.

È vuota, come te.

«All’improvviso ho iniziato a sentire mal di schiena, come una scheggia che si faceva sempre più dolorosa. Mi sono alzata e sono andata in bagno, il tempo di arrivarci e ho sentito del liquido che mi scorreva lungo le gambe. Avevo rotto le acque, ma non lo sapevo. Ho iniziato a sentire delle contrazioni che si facevano sempre più forti. Ho pensato subito che lo stavo perdendo, il mio Filippo» inizio a piangere. Laura mi abbraccia e mi sento di nuovo lì. Negli ultimi attimi in cui c’era, il mio piccolo. E piango ancora più forte perché mi ripeto che se me ne fossi accorta subito forse l’avrei salvato. O forse no.

Resto tra le sue braccia il tempo necessario a riappropriarmi di un respiro più o meno regolare e libero da singhiozzi.

Ho pianto tanto in questi mesi, ma non tutte le lacrime sono uguali. Finora è come se si fossero fatte strada da sole. E io piangevo, piangevo e basta. Come un bimbo che si è fatto male cadendo. Le lacrime di oggi invece sono consapevoli, sono il prezzo da pagare per accettare quello che mi è accaduto. Sono quelle di un bambino che ha il coraggio di scoprire il ginocchio e guardare il sangue che scorre. Capire da dove proviene e accettarlo, così com’è.

«Te lo ricordi che l’ho già perso un bambino? L’altra volta ad annunciarmelo è stato il sangue. Avevo paura, allora ho controllato. Ma stavolta non c’era sangue. Stavo partorendo il mio bambino, i piedini erano già fuori. Ho urlato fortissimo, ho chiamato Alessio. Lo volevo al mio fianco, ma allo stesso tempo mi vergognavo. Volevo risparmiargli quel dolore e mi sentivo in colpa, come se avessi sbagliato qualcosa io. Il dottore mi aveva avvertita: era una gravidanza a rischio e io ho obbedito. Ho fatto tutto quello che diceva, ma forse non è bastato. Forse non sono stata attenta, forse mi sono lamentata del fatto che non potessi muovermi dal letto o dal divano. Quando è arrivato Alessio ha iniziato a piangere più di me. È corso in cucina e ha chiamato l’ambulanza, ma quando è arrivata avevamo già il nostro bimbo tra le mani. Siamo rimasti così, a terra, vicini a fissare Filippo, eravamo disperati. Sapevamo che appena sarebbe arrivata l’ambulanza non sarebbe stato più nostro, ma dalla scienza che ha bisogno del perché. Anche io ne ho bisogno, per smetterla di sentirmi in colpa, non voglio credere che meritassimo una cosa così atroce. Mi hanno portato in ospedale e tutto quello che è venuto dopo io non lo ricordo, continuavo a vedere quella piccola creatura davanti agli occhi e la paragonavo alle immagini delle ecografie in cui si ciucciava il dito, iniziava a muoversi, alla prima volta che ho sentito il suo battito.»

Ci abbracciamo di nuovo, piangiamo insieme, prima rumorosamente e poi in silenzio. Faccio uscire tutte le lacrime che mi vengono, lei non cambia discorso né cerca di dirmi basta.

Sa che ho bisogno di vuotare questo dolore.

Finalmente finisco le lacrime, il petto smette di fare su e giù, il respiro torna regolare, mi alzo e vado a prendere i muffin.

Mangiamo, ci guardiamo e ancora non parliamo.

«Sto meglio, ho un casino nella testa, ma mi sento più leggera, grazie» dico rispondendo al Come stai? che ho letto nel suo sguardo carico di preoccupazione.

Torni a casa, mi guardi e forse ti meravigli di non trovarmi ancora una volta in tuta.

«Vieni qua» ti dico.

Vado allo stereo e metto la nostra canzone, quella che ascoltavamo quando mi hai chiesto di sposarti.

«Balliamo» azzardo.

Ti libero dalle buste che ti ingombrano le mani e le lascio cadere a terra.

Mi guardi strano, come se non mi riconoscessi, come se non ricordassi più questa Maria.

«Ho invitato Laura e le ho raccontato tutto quello che è successo quella sera, dovevo liberarmene, dovevo piangere. Mi sento più leggera, ora ho bisogno della nostra normalità» ti dico mentre ti stringo.

Quello che potremmo fare io e te non lo puoi neanche immaginare.

Sorridi alzando solo lo zigomo destro, mi baci la fronte e balliamo fuori tempo.

Io e te, io e te dentro un bar a bere e ridere.

Io e te a crescere bambini, avere dei vicini.

E qui non possono che scendere altre lacrime, silenziose, non voglio farmi sentire, non voglio rovinare tutto, ma te ne accorgi.

Una volta mi hai detto che capisci quando sto iniziando a piangere dal modo in cui respiro.

E anche questo l’amore, no?

Mi baci le lacrime, con le labbra le porti via, mi stringi.

Balliamo ancora, anche se la musica è finita, ma la sentiamo lo stesso, come se ci cullasse, come se tornassimo un po’ bambini.

Mi prendi in braccio e andiamo in camera da letto, non smettiamo di ballare e di baciarci.

Se bastasse l’amore a lenire le ferite staremmo già benone.

Ci amiamo ed è tutto così magico.

Ogni tua carezza è un passo verso la rinascita. Ogni bacio è la promessa che non smetteremo di esserci. Ogni volta che ci avviciniamo è ricordarci che solo insieme siamo imbattibili.

Io e te, io e te,

Come nelle favole.

11 aprile 2019

Il profumo dei bouquet inonda la stanza, il sole entra dalla finestra e io mi sveglio dopo un breve e meritato riposo.

Mi guardo il polso per convincermi che sì, è vero.

«Vittoria 11-04-2019 ore 06.39 Guerra-D’Amore»

All’alba è nata la nostra piccola principessa ed è bellissima. L’emozione che ho provato quando me l’hanno appoggiata al petto non si può spiegare a parole, non renderebbe.

Era calda, caldissima e quel calore mi ha pervaso tutto il corpo facendomi scordare il dolore del parto e le sofferenze che lo hanno preceduto. La guardo per immortalare quell’immagine nella mia mente.

In quel preciso momento, ho ripreso a respirare dopo 9 mesi di apnea in cui temevo con tutta me stessa di non riuscire ad arrivare qui, a questo braccialetto di plastica che è il più prezioso che io abbia mai indossato.

Il parto è andato bene, sto meglio e mi sono già alzata.

Ritorni tu, varchi la soglia della porta con le mani piene di vassoi di pasticcini.

Ti corro incontro.

«Vieni qui» dico mentre ti libero dai dolci.

Prendo il cellulare e metto Come nelle favole.

«Balliamo»

«Ma…» mi guardi come a ricordarmi che ho appena partorito.

«Sto bene» ti dico.

Ci abbracciamo piano e balliamo. Qualche lacrima ci fa compagnia, ma stavolta è tutta felicità. Quella che non ci sta nelle parole.

Me la riportano, pare sia l’ora di farla attaccare al seno.

La stringo tra le braccia e includiamo anche lei in questo ballo magico.

Sono emozionata, felice e curiosa di vivere tutto quello che verrà.

La guardiamo e poi ci guardiamo, con gli occhi traboccanti d’amore.

Ce l’abbiamo fatta.

Lei è la nostra Vittoria.

Il nostro lieto fine.

Come nelle favole.


L’autrice

Annamaria Tartaglia. Appassionata da sempre del diritto, sono laureata per sbaglio in Scienze Politiche e in Scienze e tecniche delle pubbliche Amministrazioni con lode, ma la mia vera passione è scrivere.

A 16 anni ho pubblicato un romanzo, L’importanza di chiamarsi Iago.

Per un po’ ho messo da parte la parte più vera di me, ma ora ho capito che voglio provare a vivere di scrittura.

Curo una pagina Fb su cui scrivo pensieri che vorrei diventassero un libro (SognAmi).

Ho concluso da poco il Master in Giornalismo della Eidos. Sogno di emozionare scrivendo, mi piace definirmi una sognatrice, semplicemente!

FB: Annamaria Tartaglia 

IG: @tartaglia_annamaria 

L’editor

Mi chiamo Alessia Rasconi e sono una pretendente editor. Non sono nata amante dei libri; il primo libro che ricordo di aver letto è stato “la ragazza di Bube” in quinta elementare, il secondo “le due sinistre”, cui ha seguito “Harry Potter”, leggevo quello che mio nonno mi passava dalla libreria. Ho imparato ad amare i libri, ho imparato che esistono infiniti mondi di cui puoi far parte e ho scoperto che voglio aiutare a dargli vita. Possibilmente lavorando su una poltrona morbidosa, davanti una finestra affacciata su un paesaggio innevato, tra un cappuccino e del gelato.

Se andiamo nel pratico della mia vita troviamo una laurea in scienze della comunicazione, una magistrale in Editoria e Scrittura e un corso di editing con Langue & Parole. Il sogno da realizzare è lavorare come editor a tempo pieno, aiutare le persone a raccontare la propria storia e sostenerle durante il percorso ponendo molte domande e offrendo cibo.

IG: @alessiarasc

IG: @pretendenteeditor

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I Racconti della Bussola è un progetto che unisce esperienza e visibilità. Scrittori emergenti e aspiranti editor si incontrano per lavorare a racconti con tema specifico. Se vuoi partecipare, leggi le date e i regolamenti QUI.

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