“Sarò per te l’angoscia” di Davide Landoni – I Racconti della Bussola

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“Sarò per te l’angoscia”

di Davide Landoni

Editing di Jasmine Blaise

I capelli biondo cenere le cadono sugli occhiali scuri. Che lenti grandi. Come le sue guance, gocce rosa in una distesa di pelle bianca. Raramente alza gli occhi dai libri, studia sempre concentrata. Non c’è tensione che ne minacci le spalle strette; pare in pace con se stessa, impermeabile a qualsivoglia insidia. Sceglie tassativamente la sala vicino al grande balcone, ogni volta lo stesso posto. Gode del calore che il sole, attraverso i vetri, le deposita sulla schiena prima di infilarsi tra gli scaffali gremiti di volumi. Il libro, la borraccia azzurra, l’elastico per i capelli e niente più. Cerca di minimizzare lo spazio che occupa sul tavolo, circondata da un’altra decina di persone intente a studiare. Tra queste, io.

Oggi, per la prima volta, la primavera riversa libera ampi getti di luce sulla biblioteca e diffonde tra le sue stanze il fresco profumo di fiori del piccolo parco circostante. Me ne accorgo appena, perché il complesso dei miei sensi è interamente assorbito da Irene.

Non dovrei guardarla, almeno non così intensamente.

Monica non sarebbe contenta delle attenzioni che le riservo; e se è per questo non sarebbe contenta nemmeno di sapere che conosco il suo nome. La mia ragazza non frequenta i posti che frequento con i miei amici, nemmeno la biblioteca; studia meglio a casa, con i suoi tempi, nei suoi spazi. Non ama la gente, saltuariamente vede due amiche dei tempi del catechismo. Dice che solo io la capisco come merita. E ha ragione. Difatti, in tre anni di fedeltà, non ho mai assunto un comportamento che potesse darle preoccupazioni. Almeno fino a quando Irene mi ha chiesto di temperarle la matita. Perché proprio io? D’accordo: sedevamo di fronte e io avevo l’astuccio aperto. Ma c’era qualcosa di più. The idea of waiting for something makes it more exciting, leggevo sul dorso della matita ogni volta che la scritta, compiendo un giro completo, tornava sotto i miei occhi.

«È una frase di Andy Warhol» mi disse Irene, guardandomi con impegno, sforzandosi di trasmettere più di quel che una semplice espressione può fare.

«Pensavo fosse Leopardi» risposi io, indicando il libro di poesie che avevo aperto sul Sabato del villaggio.

«Magari!» esclamò, ridendo spontaneamente. «Credo che in qualche strano modo sarebbero andati d’accordo.» Le lentiggini le ingentilivano il sorriso. Attorno, gli altri studenti mantenevano la testa china sui libri, ignorando o fingendo di ignorare quel che stava accadendo. Io e lei allacciati, all’improvviso. Tanto bastò a stracciare le mie ben educate abitudini.

Non avrei mai detto quel che dissi subito dopo, incrinando per sempre la mia rispettabile reputazione, se il suo candore non fosse stato per i miei istinti irresistibile.

«Spesso il destino supera il tempo solo per sorprendere gli amanti» le avevo detto carico di un’ispirazione che però non accese alcun entusiasmo in lei.

Effettivamente è una frase priva di senso, ma dal mio punto di vista serviva a certificare la connessione aperta tra noi. Un rapporto da consumare totalmente nell’attesa: mai sarei arrivato in fondo, mai avrei lasciato Monica.

Eppure, in quella sospensione mi crogiolavo da matti.

Ho imparato che Irene indossa sempre pantaloni lunghi e ballerine, rosse o nere. Non predilige una fantasia in particolare, ma spesso la vedo con camicie azzurre a righe bianche verticali. Non porta cappelli. Ha uno zaino nero che imita un famoso brand e una borsa di tela con il logo della Biennale di Venezia del 2019 che, in qualche modo, riesce sempre a intonare con lo smalto delle unghie. Ogni settimana cambia colore, e sistematicamente dipinge un dito diverso. Immagino lo faccia perché, nonostante la semplicità del suo apparire, ha una componente eccentrica e prova a mostrarlo, anche se in modo discreto.
Non lo so per certo, dal momento che in questi mesi ci ho parlato solo in circostanze fortuite. Una volta, per esempio, sono riuscito a offrirle un caffè, anticipandola alle macchinette dopo averla seguita fin lì. Studia arte, mi ha detto, anche se non farà l’artista. Tutto quello che so su Irene l’ho appreso, sostanzialmente, osservandola ogni giorno che è venuta in biblioteca: ovvero il lunedì, il martedì e il venerdì di ogni settimana. Cosa faccia negli altri giorni non l’ho ancora scoperto. È sempre piuttosto solitaria, solo saltuariamente risponde ai messaggi al telefono. Non sono mai riuscito a sbirciare lo schermo per capire se si tratta di un ragazzo, anche se ci ho provato. Mi presento sul posto sempre mezz’ora prima di lei, spesso tenendole occupata una sedia con lo zaino. Non appena mi vede una smorfia le screpola il viso. Sono strane, le ragazze. Poi, con un lieve imbarazzo, mi restituisce la borsa e prende posto di fronte a me. Inizialmente mi ringraziava di cuore, in seguito il saluto tra noi si è fatto più routinario. Ma non ne faccio una tragedia: del resto è così in ogni relazione. Inoltre, lo sento: tra noi c’è qualcosa di silenzioso. Lo vedo da come sbircia le mie mosse quando pensa che io non possa accorgermene, da come si passa la matita tra i capelli quando sa che la osservo, da come mi sfiora le gambe con i suoi piedi piccoli, da come evita di passare troppo tempo con me per impedire che scocchi qualcosa di incontrollabile.

«Amor, ch’a nullo amato amar perdona» lessi ad alta voce, fissandola, in un altro attimo di follia, mentre studiavo Dante. Lei non disse nulla, ma girò la matita e sottolineò il suo libro volgendo la scritta verso di me, per tutto il tempo che rimase, senza alzare gli occhi dal foglio per timore di commuoversi.

“Ti scriverò una poesia in latino” pensai in uno dei tanti sabati sera trascorsi in camera mia, solo a impersonare Catullo. Per fortuna Irene non è Lesbia: non solo si accontenta del mio amore, ma accetta di buon grado la sua natura platonica.

In biblioteca viene sempre in bicicletta, anche quando piove. Il lunedì e il martedì porta una merenda salata, il venerdì una dolce. Non credo abbia mai fatto eccezione salvo una settimana. Quando si alza per andare in bagno mi volto sempre a guardarle il culo, lei se ne accorge e credo sorrida. Se mi sorprende a fissarle il seno con troppa insistenza, mette una mano davanti per non farmi cadere in tentazione. Al polso porta due bracciali: uno scuro in pelle, uno d’oro sottile come sabbia. Non prende spesso il sole, ha tanti nei. Nelle pause legge solo libri di Berenson e tiene il segno grazie a una foglia di fico essiccata. A volte sua madre la chiama al telefono, il padre mai. Non segue cose frivole come lo sport. Dentro sé ha di certo un mondo favoloso costellato di piccole semplici gioie di cui mi illudo di far parte. In cuor mio spero sia iscritta a qualche associazione caritatevole; mi sembra naturalmente incline ad aiutare il prossimo. L’altra sera, dopo aver accompagnato a casa Monica dalla festa dell’oratorio, ho visto un video porno dove c’era una ragazza molto simile a lei. So che è sbagliato, ma non ho potuto far altro che trarne piacere. Sono arrivato a farmi male pensando a lei. Vorrei dirglielo, ma ancora non si è creata l’occasione giusta.

Credo, inoltre, sia allergica ai pollini. Non finirà mai, questa attesa, lo so, ma è deliziosa. Solo lei mi guarda così, lo sento. E io ricambio.

A guardarla come la guardo io, però, da qualche tempo, c’è anche qualcun altro. Un pezzente, uno scappato di casa, probabilmente un criminale. Ha preso l’abitudine di sedersi al nostro tavolo e finge di studiare qualcosa. Sicuramente è troppo stupido per farlo davvero. Si atteggia andando sul balcone a fumare il tabacco che si arrotola ogni quindici minuti, ma è solo uno sfigato.

Non c’è altra ragione perché lui venga in biblioteca se non spiare Irene, offrendole sigarette che lei la maggior parte delle volte rifiuta, importunandola poi con qualsiasi scusa, chiedendole con troppa insistenza il numero di telefono, accompagnandola spesso fino alla strada per toglierle il lucchetto alla bici. Come se lei avesse bisogno di aiuto.

Queste attenzioni mi infastidiscono. La sua irritante presenza mette a rischio la mia pur irrealizzabile storia con Irene, ne altera i taciti equilibri, allenta la tensione sessuale tra noi. La distoglie da me, attirandola in un altrove dove le mie fantasie sono irrealizzabili. È come se violasse i miei sogni, quel maiale. Inoltre, ancora più importante, queste sue attenzioni mi spaventano. Irene, senza ombra di dubbio, non gradisce affatto le sue insistenze e prova a sottrarsene, pur con la dolcezza e gentilezza che le appartengono. Quando parlano, lei volge sempre lo sguardo a terra, si tortura le mani, ride forzatamente e talvolta cerca anche i miei occhi, come a chiedere aiuto. L’essere dai capelli appiccicosi, però, se ne accorge sempre e a sua volta mi guarda, minacciosamente, come a voler rivendicare il suo ruolo predominante. Più lo spio nella sua ossessione per Irene e più ho la sensazione che abbia intenzioni sinistre, come se nessuno possa accorgersi dei suoi atteggiamenti inappropriati. Ma non ha capito proprio niente: anche se ho già una ragazza, niente mi vieta di salvarne un’altra dagli stronzi come lui. Oggi è venerdì e Irene ha la merenda dolce. La recupera dallo zaino dopo aver risposto rapidamente a un messaggio. Si alza dirigendosi al piano terra della biblioteca. Vuole forse accompagnarla a una cioccolata? Non mi ha chiesto di farle compagnia alle macchinette, probabilmente mi ha visto troppo impegnato nello studio. Nemmeno ha provato a guardarmi. La sua bontà traspare anche da questi gesti. Scelgo di non seguirla per un duplice motivo. Il primo è che oggi quella sottospecie di tossico stranamente non c’è, quindi posso stare tranquillo. La seconda è che Monica, per la prima volta, verrà in biblioteca. Mi ha chiesto di tenerle un posto accanto al mio, ma ho preferito evitare che entrasse in contatto con Irene. Così ho permesso che venisse occupato.

Ci pensa già antropologia culturale a snervarmi. Ho l’esame la prossima settimana e più sto solo e meglio è. Anche questi studentelli appiccicaticci e perdigiorno che continuano a parlare mi hanno rotto le palle. Dietro di me il balcone è una piscina di luce, qualche raggio mi raggiunge e mi sfiora il collo, attirandomi alla sua sorgente. Meglio uscire, altrimenti finisco per tagliargli la lingua con una lametta. Mi alzo, sistemo la camicia nei pantaloni, tiro il colletto, do una passata per appiattire il maglione ed esco a prendermi una pausa. Sento gli occhi di alcune ragazze seguirmi, immagino i loro pensieri cinguettare sussurrati apprezzamenti. Una volta fuori, mi appoggio sul parapetto in pietra e ammiro il prato sottostante strisciare per decine di metri fino a chiudersi in  una fitta vegetazione. Dicono che la sera sia ritrovo di drogati e forse addirittura di prostitute. Due professioni che si integrano così bene che non escludo ricorrano, magari a fine serata, a vergognose forme di baratto. Qualcuno trova pure divertente provare a entrarci dopo una certa ora. Io mai e poi mai andrei a sporcarmi in un posto del genere. Per ricavare cosa, poi? Tutta la mia volontà pulsa febbrile verso Irene. Sotto un sole accecante, anche se non molto caldo, sto immaginando le oasi del suo collo quando il prato si macchia di due figure. La prima, esile, sembra correre; la seconda, più grande, la segue cercando di accorciare i metri che li separano. Due puntini neri nel verde che si dirigono rapidamente verso il fondo del parco. In un attimo capisco che avrei dovuto rinunciare ai miei vestiti perfetti.

Mentre scendo le scale immagino che ogni gradino sia la faccia di quel gran bastardo, che ha finto di non essere in biblioteca solo per poterla cogliere di sorpresa. Ma ha fatto male i suoi conti. Sono già sul prato, dimentico di ogni paura, con il cuore in gola e i pugni serrati, pronto a rovinargli la faccia. Con ferocia castigatoria irrompo nel bosco determinato a chiudere al più presto questa storia. Sto per urlare il suo nome – Irene! – quando la vedo. È schiacciata contro un albero, la sua carne costretta dal corpo di lui ad aderire alla corteccia. Prova a divincolarsi, ma il figlio di puttana le blocca le braccia stringendole alle sue. Le labbra sono congiunte in un bacio evidentemente forzato. I corpi si agitano in una lotta impari, perversamente armoniosa. Mi getto con tutte le energie possibili su quella bestia maledetta scaraventandolo a terra. Posso sentire i rametti che si spezzano mentre cade incredulo. La mia agitazione dopotutto era ingiustificata: come ho potuto temere riuscisse a tenermi testa? Volgo lo sguardo verso Irene, che lo ricambia con sorpresa e, non vorrei sbagliarmi, molta, moltissima gratitudine.

«Pietro, ma che ci fai tu qui?» grida comprensibilmente in preda al panico. «È stato un colpo di fortuna, poi ti spiego!» rispondo afferrandole d’istinto la mano. «Presto, andiamocene.»

Sono già girato verso la biblioteca – cosciente che Irene tra poco non sarebbe più riuscita a trattenere il suo amore e che sarebbe stato il momento per me di fare una volta per tutte i conti con me stesso – quando lei ritrae la mano che credevo di stare stringendo saldamente.

«Ma cosa ti sei messo in testa?» urla rivolgendomi uno sguardo sprezzante. In particolare, la bocca ha assunto una strana posa allungata, asimmetrica, tremante. Lo noto realizzando che si tratta della prima volta che qualcosa di lei non mi piace. Chissà quando sarà il nostro primo litigio, la prima cena, il primo viaggio.

«Se non la smetti e non ti levi dai coglioni giuro che ti denuncio, questa volta.»

Le parole non fanno in tempo a penetrare il mio apparato uditivo e condensarsi in pensiero che tutto inizia a farsi prima confuso, poi buio, infine doloroso.

Un secondo colpo mi raggiunge in viso quando sono già a terra. Poi un terzo, un quarto, un quinto. Sento un grido acuto, uno scambio di parole che non comprendo, il rumore di foglie schiacciate, passi che si allontanano in fretta. Nel delirio, un timore incessante: sarà finito del sangue sul maglione? Non riesco ad aprire gli occhi o a sollevarmi. Tutto traballa, brilla, si capovolge. Infine, il silenzio.

“Chissà se Monica avrà trovato posto”.


L’autore

Davide Landoni nasce a Milano, anche se non proprio Milano, nel 1994. Scrive d’arte per diverse riviste, ma soprattutto per ArtsLife. Si sta impegnando nella narrativa con la speranza di essere letto. Ha pubblicato un racconto per Coye.

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L’editor

Mi chiamo Jasmine, sì, come il nome della principessa Disney ma, mentre lei viveva in un lussureggiante castello nel deserto, io ho sempre sognato di vivere in una casetta di campagna attraversata da un fiume e immersa in una foresta, coccolata da coperte calde, un camino acceso e tanta cioccolata calda. A farmi compagnia animali, parole e nulla più. 

Nella vita reale sono una studentessa di lettere moderne che al percorso accademico e al sogno di diventare scrittrice, ha deciso di aggiungere lo studio dei testi e dell’editing.

Ho anche due gatte poltrone, un pappagallo rumorosissimo e, purtroppo, una libreria sempre troppo piccola! 

IG: @bludifuoco

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