“66A, Maple Street” di Gaëlle Damefer – I Racconti della Bussola

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66A, Maple Street

di Gaëlle Damefer

editing di Cristina Ambu

La mattina in cui l’autunno decise di presentarsi in tutto il suo dorato splendore, Dora scavalcò uno sconosciuto addormentato nel corridoio e uscì. Si prese il tempo di maledire la coinquilina e convincersi che quel giorno avrebbe finalmente trovato una casa per sé. Da pochi mesi aveva coronato il sogno di vivere nel paese del Super Bowl e delle zucche; la convivenza con l’invadente Beverly era l’unico punto nero sulla tela bianca della sua nuova vita oltreoceano.

«Il Birdwitch Daily, per favore» disse Dora mentre pagava con il settimanale già sotto il naso.

Un isolato più giù, c’era il Fanny’s. Birdwitch era tutta lì, una larga strada principale e vie secondarie che si aprivano a lisca di pesce. Dora amava fermarsi da Fanny: l’argenteo scampanellio della porta, il profumo di torta ai mirtilli e caffè al mattino, e il suo angolo accanto alla finestra che nessuno occupava a causa degli spifferi tra i vecchi infissi di legno, la accoglievano come una vecchia amica.

Si accomodò e aprì il giornale alla sezione annunci immobiliari. La gente del posto non si fidava del web, Fanny le aveva consigliato di spulciare la buona vecchia carta stampata che macchiava i polpastrelli. Li scartò tutti eccetto uno: poche informazioni e nessuna foto, ma era vicino.

«Trovato qualcosa, cara?» chiese la corpulenta Fanny.

«Forse sì, è al 66A di Maple Street» rispose Dora riponendo il giornale nella borsa di cuoio vecchia sessant’anni, regalo di nonna Concetta.

Dora non si accorse del gelo che attraversò il volto di Fanny quando la salutò dopo aver lasciato i soldi sul tavolo.

La casa era come un grosso cane assopito col muso sulle zampe e la coda cadente, ma pronto a ridestarsi se qualcuno avesse violato il suo territorio. Un tappeto di croccanti stelle rosse d’acero ricopriva la strada. Si sentiva lo scrosciare dell’acqua sui sassi poco lontano. Oltre il cancello in ferro battuto, gli alberi spogli mostravano le loro dita scheletriche protendendole verso il cielo plumbeo, a richiamo dei corvi. Il cancello si aprì con un cigolio. Ombre di nuvole grigio topo trasportate da un vento freddo e inquieto oscurarono Maple Street.

«Buongiorno.»

Alla porta si palesò una giovane donna, snella nel suo vestito verde oliva che la copriva fino alle ginocchia, le mani giunte e un’espressione greve sul viso.

«Deve scusarmi, signora, credevo fosse disabitata» disse Dora accorgendosi solo in quel momento di aver percorso il vialetto fino alle scalette del patio.

«Se non vendi nulla e non vuoi parlarmi della parola del Signore, immagino tu sia qui per la casa» esordì la donna.

«Ho letto l’annuncio» rispose Dora indicando il giornale che spuntava dalla borsa.

«Vuoi entrare?»

«Non vorrei disturbare…»

«Oh, nessun disturbo. Sto aspettando che tornino i miei figli Mary e Joseph. Sono andati con il padre a comprare l’albero di Natale.»

Dora si accigliò, ma non fece obiezioni e la seguì. Il suo respiro si stava trasformando in vapore e l’unico rumore che si percepiva era quello dei suoi passi sul linoleum.

La poca luce filtrava a listarelle lungo le superfici, l’odore di polvere era solido, il ticchettio roboante dell’orologio fu sopraffatto dal fischio di un bollitore in cucina.

«Gradisci una tazza di tè?»

«No, grazie.»

«Puoi chiamarmi Maggy» disse dando le spalle all’ospite mentre versava l’acqua bollente in una tazza.

«Dora.»

Maggy si voltò, mostrando il suo viso pallido sotto la luce cinerea che entrava dalla finestrella sopra il lavandino, e inclinò il capo da un lato con un’angolazione innaturale.

«Per quanto lo riscaldi è sempre freddo» osservò stizzita dopo un sorso. L’affermazione sorprese Dora  che osservava la tazza fumante tra le mani di Maggy.. Cercò l’orologio con lo sguardo, sicura di averlo sentito poco prima, ma si accorse che le lancette erano ferme. Iniziò a giocherellare con il lobo dell’orecchio sentendosi sempre più nervosa e fece qualche passo verso la porta. Non le piaceva stare lì.

«Immagino tu abbia fretta.» Appoggiò la tazza e le fece cenno di seguirla.

Oltrepassarono il soggiorno per andare al piano superiore. La padrona di casa superò due porte chiuse, e non si voltò finché non entrò nella camera matrimoniale. La casa sembrava nascondersi sempre più in un’oscurità senza tempo. A Dora parve camminare dentro una foto sbiadita color seppia.

«Si è fulminata la lampadina, apro le tende» spiegò Maggy.

Dora avanzò incerta nella stanza, la porta si chiuse alle sue spalle sollevando un velo compatto di polvere, il chiavistello ruotò con uno schiocco e il buio calò come una mano di velluto nero. Dora ebbe l’impressione di entrare in una tomba. Le tende vennero scostate e la luce di un’evanescente notte senza stelle entrò. “Notte? Non è possibile” pensò.

«Che succede?» chiese la ragazza impietrita e con le gambe radicate al suolo dal terrore.

«I bambini sono con lui, capisci?» La voce della donna riempì l’aria, mentre la sua ombra spariva dal quadrante della finestra fondendosi con le tenebre. Fu poco più di un soffio, fluttuò qualche secondo e poi svanì nel nulla.

Un corpo putrido e fetido penzolava dal soffitto, i piedi nudi sospesi nel vuoto come grappoli d’uva nera rinsecchiti. Il cadavere, sotto la luce lattiginosa, e con la testa riversa sul petto, mostrò la mascella cascante in un urlo senza voce: i denti sporgenti e un’orbita vuota, mentre con l’unico occhio velato fissava la nuova arrivata.. C’era sempre stato? Dora non ne era sicura, avrebbe voluto vomitare e gridare ma non riuscì a fare né l’una né l’altra cosa: doveva andarsene da lì! Senza smettere di guardare quel volto in penombra che la osservava con l’unico occhio strabuzzante e ancora appeso al cappio, indietreggiò con le braccia tese e le mani aperte per orientarsi in quel buio opprimente. Un dolore sordo esplose nel petto prima ancora di capire che qualcuno o qualcosa l’avesse colpita. Urtò la sedia abbandonata sul pavimento e perse l’equilibrio rovinando a terra; si appoggiò sulle ginocchia, il dolore stava sbocciando sulla pelle, trasse un respiro che però morì sul nascere: una corda ruvida e fredda le avvolse il collo iniziando a stringere. Stringeva e tirava sempre più forte, mentre Dora cercava di liberarsi da quella morsa letale. Iniziò a graffiarsi la pelle in cerca della corda, ma non riusciva ad afferrarla. Ogni suo tentativo cadeva nel vuoto perché a serrarle la gola non c’era nulla, eppure la bocca era spalancata in cerca d’aria, i polmoni bruciavano bisognosi d’ossigeno, gli occhi erano roventi e il sangue riempiva la testa vorticando nelle orecchie pronte a sputarlo se non avesse trovato altra via d’uscita. Sentì le unghie spezzarsi nel disperato tentativo di sopravvivere, entrarle nella carne e poi raspare sul suolo bagnato del suo sangue.

 “Morirò qui” pensò.

«Come potevo immaginare?» urlò ringhiando l’anima straziata.

Dora sentì la disperazione schiacciarla sul pavimento. Il lamento di Maggy stava per inghiottirla. Le mancava il respiro, eppure provò pena per quel dolore che non avrebbe conosciuto pace. Il vento spalancò la finestra e la forza omicida si allentò. Dora ne approfittò per afferrare la maniglia e ruotarla. Chiusa.

«Dannazione!» imprecò con voce rotta.

La mano sudata scivolò perdendo la presa sulla maniglia, la corda ricominciò a strangolarla con più forza quando il chiavistello ruotò e la porta si schiuse quel tanto che bastava per infilarci le dita.

Un frullio d’ali invase la camera da letto circondando Maggy, la corda si allentò e Dora riuscì ad afferrare la maniglia e aprire. Iniziò a correre ancora prima di essersi rimessa completamente in piedi, caracollando e sbattendo contro il corrimano più volte mentre si dirigeva verso l’uscita. Si voltò una sola volta per vedere dietro di lei Maggy, con il volto deformato dal male. Un verso agghiacciante come l’urlo di una Banshee si schiantò sulle pareti della casa, che parve accartocciarsi nel momento stesso in cui la ragazza aprì la porta d’ingresso. La luce del giorno l’accecò, cadde sul patio e svenne.

«Signorina, tutto bene?»

Dora aprì gli occhi su un manto di foglie fradice, all’angolo di Maple Street. Un uomo era chino su di lei.

«Ha provato a uccidermi» sussurrò indicando la casa in fondo alla via.

«Chi?» chiese il signore.

«La donna che vive in quella casa. Ha provato…» il cuore accelerò, non riuscì a terminare la frase. Non ricordava come fosse arrivata lì. Di tangibile c’era solo il terrore sotto la pelle.

«Signorina, in quella casa non ci vive nessuno da anni» spiegò l’uomo.

«Ne è sicuro?»

«Più che sicuro, da quando Maggy Firebolt si impiccò nella camera da letto dopo aver scoperto che i suoi figli erano morti per mano del marito due giorni prima di Natale. Una vera tragedia.»


L’autrice

@underbrushink su IG , underbrushink.blogspot.com il blog
Mamma di un bimbo di sette anni e un cagnone. Laureata in biotecnologie e scienze infermieristiche ho sempre vissuto tra i libri. Ho ereditato l’amore per la lettura dai miei genitori e amo le storie raccontate in ogni modo possibile. Ho alcuni racconti nel cassetto e due probabili romanzi ai quali sto lavorando. Tante idee a cui spero dare la giusta forma e per il futuro chissà…

L’editor

Cristina Ambu (@cristinaambu) • Foto e video di Instagram

Cristina Ambu | Facebook

bookabook.it/libri/abbracci-dietro-il-sipario

Cristina Ambu nasce a Cagliari nel 1989. Dopo la laurea a pieni voti presso la Facoltà di Lettere Moderne, si trasferisce a Vicenza, dove vive tuttora, con il compagno e il figlio. Nel 2016 partecipa al talentshow The voice of Italy nel team di Raffaella Carrà. Ora completa la sua vita di mamma con la passione per il canto e per la scrittura. Abbracci dietro il sipario è il suo primo romanzo. Nella primavera del 2021 frequenta il corso Editor Indie di Langue&Parole.

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