“Occhi” di Catia M. Grasso – I Racconti della bussola

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“Occhi”

DI Catia M. Grasso

EDITING DI ALESSIA MANTOVANI

Mozziconi di impronte disegnavano la spiaggia semideserta, come accade solitamente nel corso della stagione fredda. Osservavo qualche irriducibile pescatore che combatteva l’antica lotta dell’uomo contro la natura, nel tentativo di averla vinta. Lo guardavo affondare con insistenza la mano nel secchio pieno di esche dopo aver ritirato dal mare l’ennesimo amo vuoto. Non sapevo se provare più pena per le esche che si agitavano silenziosamente in quel groviglio invertebrato o per il pescatore e la sua totale mancanza di realismo mentre continuava a lanciare la lenza contro il mare aperto.

All’orizzonte, un primo accenno di tramonto ramato veniva nitidamente contaminato da una grigia stele di fumo industriale che ondeggiava fiera di sé dietro le spinte del vento. “La perfezione non esiste” pensavo, “ed è un bene…” Così come è un bene che la realtà riesca sempre a superare l’immaginazione: per quanto ci si metta d’impegno per pronosticare il futuro dell’umanità, si faranno comunque degli errori di calcolo.

La salsedine si attaccava a tutto e, di tanto in tanto, il freddo mi riportava alla vita pizzicandomi le spalle e le guance. Me ne stavo seduta a gambe incrociate sulla ghiaia umida. Ero scomoda, ma sapevo che questo faceva parte dell’atmosfera che avevo scelto di vivere in quel momento e quindi andava bene così. Calata del tutto in questo scenario dai contorni fin troppo noti al mio sguardo, un accanimento di pensieri dominava la mia mente senza darmi tregua.

Era colpa degli avvenimenti accaduti negli ultimi mesi. Ero stata brutalmente messa di fronte a me stessa e non potevo più rifiutarmi di affrontare quello che ero e che mi ero negata da sempre.

Tutto era iniziato senza prospettive o aspettative… come se fossi solo spettatrice della mia vita. Giustificavo il mio modo di affrontare la realtà barricandomi dietro il difficile contesto sociale che mi trovavo a vivere. I tempi erano piuttosto bui a causa del razzismo cromo-oculare. Ormai c’era un solo modo di giudicare le persone: in base al colore dei loro occhi. L’ideologia razzista che ghettizzava gli individui in base al colore dei loro occhi veicolava con grande efficacia l’opinione pubblica, assegnando un ben preciso ruolo nella società ad ogni colore di occhi. Era dunque malvisto chi aveva gli occhi azzurri e non era un conservatore. Allo stesso modo, chi aveva occhi verdi doveva essere un anticonformista dichiarato. Gli occhi castani erano i più diffusi e si adeguavano un po’ a tutto, per cui dovevano stare in una posizione moderata. Gli occhi neri contraddistinguevano gli elitari. Invece, gli occhi viola, grigi o di qualsiasi altro colore raro o non definito, non li prendeva in considerazione nessuno; restavano ai margini della società in quanto scarsamente rilevanti ai fini del consenso politico.

Io avevo gli occhi impari – uno castano e uno azzurro – ed ero stata adottata da una famiglia di occhi verdi, così non avevo nessun problema a essere come volevo. Nessuno si curava molto di me ed ero considerata come un difetto di fabbrica da compatire: questo era il mio alibi per frequentare chi volessi senza il problema delle etichette. Il mio era un gioco a nascondermi molto comodo, in cui mi sentivo in verità più privilegiata che esclusa da una certa ritualità sociale.

Fu così che iniziai a frequentare parallelamente due ragazzi completamente diversi sotto molti punti di vista. L’unica cosa che li accomunava era la passione per la politica, che coltivavano ovviamente per schieramenti opposti. Non sapevo nemmeno io come fosse successo, come fosse nata questa abitudine di vederci. Ci eravamo conosciuti a scuola, come succede spesso tra ragazzi; entrambi mi avevano chiesto di votare per loro alle elezioni per il rappresentante di istituto. Io non avevo votato per nessuno dei due, e glielo avevo anche detto in faccia! L’avevano presa, in qualche modo, come una sfida per farmi cambiare idea, ma con una certa simpatia per la mia totale mancanza di filtri.

Uno era molto alto e oggettivamente bello, con i suoi lunghi capelli biondi e gli occhi di un azzurro agghiacciante. Si chiamava Infingardo. Amava vestire in modo decisamente classico, così girava per i corridoi del liceo con lunghe gonne intonate alle cravatte rigorosamente azzurre e alle scarpe da tennis bianche. I professori parlavano di lui con ammirazione per il suo rigore e la sua disciplina. Io amavo trascorrere i pomeriggi invernali di sole sulla spiaggia con lui: non riuscivo più a negarmi i suoi monologhi asfissianti; amavo crogiolarmi in essi. Così stendevo pigramente il cervello sulla sabbia, mi facevo camminare sul viso l’alito del vento aromatizzato di salsedine e lo lasciavo fare per ore. Lo guardavo con approvazione e sorridevo in silenzio.

L’altro aveva dei bellissimi capelli nocciola, che portava cortissimi, e dei profondi occhi verde bosco che incantavano le ragazze. Si chiamava Dipartito. Era considerato un sovversivo perché aveva un look decisamente anticonformista: in segno di protesta, indossava sempre i pantaloni, in quanto considerati il capo di abbigliamento femminile per antonomasia. Era anche lui piuttosto brillante negli studi e aveva un certo irresistibile fascino da cattivo ragazzo.

Tra lui e Infingardo c’era una grande rivalità, perché entrambi, anche se con argomenti differenti, avevano la propensione alla leadershiped erano grandi ricercatori di consenso. Su entrambi giravano strane storie legate al colore dei loro occhi.

Dipartito apparteneva a una famiglia molto nota di occhi verdi. Suo padre era un noto politico e aveva sempre ricoperto ruoli di opposizione. Sua madre si occupava di volontariato e organizzava sempre eventi di grande successo. Si vociferava, però, che egli fosse il frutto di un amore proibito tra sua madre e il desiderio conformista di matrimonio. Pare che la donna in gravidanza avesse desiderato fortemente di essere sposata, ma il marito, per non perdere di credibilità, non l’avesse accontentata. I bene informati, quindi, sostenevano che il bambino fosse nato con gli occhi azzurri, ma che questa infamia fosse stata coperta successivamente con un intervento di chirurgia cromatica. Altri dicevano che egli fosse stato generato in provetta e partorito da madre surrogata perché i suoi genitori non volevano avere rapporti sessuali, sintomo di un conformismo di coppia a cui non intendevano piegarsi. Con me, Dipartito non aveva mai sollevato la questione e io odiavo i pettegolezzi, per cui non davo peso alle voci che lo riguardavano: la sua compagnia mi dava una grande leggerezza, che non avevo alcuna intenzione di intaccare con la pesantezza dell’imbarazzo. In effetti, Dipartito mi piaceva proprio per quella sua enfasi nel vivere ogni cosa e forse anche perché era un ragazzo talmente ambito da alimentare in me la sindrome da Cenerentola.

Infingardo, invece, era stato spesso oggetto di pettegolezzi a causa dei suoi magnetici occhi azzurri, che non si spiegavano molto bene vista la sua appartenenza a una famiglia di lunga tradizione di occhi castani. I suoi genitori gli avevano spiegato che questa diversità cromatica dipendeva dal fatto che la madre in gestazione avesse avuto voglia di cielo azzurro e fosse rimasta insoddisfatta per colpa di un cielo ammantato costantemente di grigio industriale. I meglio informati, però, malignavano insinuando che Infingardo fosse stato il frutto di un amore proibito del padre che, mentre lo concepiva con la moglie, aveva desiderato una donna dagli occhi azzurri. Con me, lui ne aveva parlato solo una volta senza che io gli chiedessi nulla. Mi aveva spiegato che aveva fatto qualche ricerca nel passato della sua famiglia e aveva scoperto la storia di una sua trisavola che aveva perso la testa per un uomo-occhi azzurri e di come questo amore fosse stato aspramente contrastato dalle rispettive famiglie, che li avevano allontanati. Questo aveva lasciato la donna nella più totale disperazione… e nell’interessante stato di gravidanza! A quanto pare, il bambino nato aveva ereditato il colore castano degli occhi dalla madre, ma i geni di questo amore proibito erano rimasti in circolo nella famiglia di Infingardo fino a palesarsi in lui. Per quanto lontano nel tempo, questo episodio continuava ad imbarazzare la sua stirpe dagli occhi castani, per cui veniva debitamente tenuto nascosto. Non capivo quanto di vero ci fosse in questa storia, dal momento che Infingardo era un grande affabulatore, capace di rendere esistente ciò che non lo era mai stato grazie alla magnetica proiezione dei suoi occhi sull’interlocutore di turno. A questa sua talentuosa forma di controllo, associava però un temperamento lunatico, che affondava in un insondabile baratro di mistero, una sorta di malinconia inaccessibile che ogni tanto lo tormentava. Io ero molto affascinata da questo aspetto imperscrutabile di Infingardo, ma la sua bellezza così algida, il suo rigore esasperato, erano la barriera a qualsiasi tipo di sentimentalismo che potesse farsi vivo in me.

Proprio grazie alla grande diversità che accomunava Infingardo e Dipartito, decidevo con chi stare dei due in funzione del mio stato d’animo. Avevano un potere taumaturgico su di me perché erano capaci – inconsapevolmente – di riequilibrare le mie emozioni, che tendevano a rifugiarsi spesso nell’esasperazione.

Di solito, Dipartito era il compagno ideale per i momenti in cui dovevo risvegliare in me un certo attivismo socio-esistenziale. Egli era la migliore cura contro l’apatia che alle volte mi affliggeva e mi faceva sentire la necessità di richiamare la paladina delle cause perse che abitava malvolentieri la mia coscienza. In effetti, Dipartito amava le cause perse solo perché lo facevano sentire un vincente. Eppure, mi gratificava andargli dietro:  ipocritamente mi sentivo di fare qualcosa di buono per la società perorando progetti utopistici e irreali… mi potevo concentrare su qualcosa al di fuori di me stessa, nell’illusione di alimentare altruismo. In verità, sapevo bene dentro di me che si trattava solo di una farsa, ma non volevo dare troppo peso alla mia coscienza, in fondo ero giovane e ai giovani è concesso far finta di niente.

Infingardo, invece, era la compagnia giusta quando ero alla ricerca della stasi mentale. Vivevo giorni insopportabili, in cui ero troppo presa dalle mie vaghezze e il mio sentimentalismo sovrastava tutto senza dare tregua ai miei pensieri. Mi trasformavo così nello specchio in cui egli amava riflettersi, dando spettacolo del suo mastodontico ego. Questo suo egocentrismo riempiva tutto e mi annullava, in questo modo io riuscivo a smettere di pensare. Aveva una dialettica talmente potente da riuscire a negare anche l’esistenza del mare che riempiva i nostri sguardi. Il suo talento nel manipolare la realtà mi dava sicurezza.

La verità era che entrambi mi servivano per allontanare soprattutto una fobia che, negli ultimi tempi, sovrastava tutte le altre. Da qualche tempo ero sempre più spesso vittima di episodi di evanescenfobia: avevo una paura terribile di innamorarmi, svanire per amore e diventare un’altra cosa nella fusione con l’altro. Temevo il mio eccesso di romanticismo, che era emerso dalle ultime analisi del sangue, perché, se mi fossi imbattuta nell’uomo giusto, avrei potuto svanire davvero per amore. Per questo motivo, evitavo libri, film o canzoni troppo sentimentali e frequentavo quasi esclusivamente Infingardo e Dipartito che, ero sicura, avrebbero abbassato il mio livello di romanticismo nel sangue. Eppure, le precauzioni non erano bastate… con entrambi, la confidenza si era intensificata troppo senza che io nemmeno me ne accorgessi.

Durante uno dei miei pomeriggi sulla spiaggia in compagnia di Infingardo, accadde — non so come — che emerse in me un bagliore di romanticismo, che sfuggì alla mia bocca ingenua e senza filtri prima che avessi avuto il tempo di bloccarla:

«Tu… pensi di avere mai amato?»  e lo guardai languidamente negli occhi.

Per la prima volta da quando lo frequentavo, vidi lo stupore nel suo sguardo, che però non venne tradito dalla sua risposta pronta.

«Che domanda insolita… mia tenera amica. So che ti deluderò, ma è giusto che tu sappia che l’amore è solo un retaggio sociale utilizzato da sempre per convincere le ragazze a sposarsi e alimentare una convenzione non scritta atta a preservare uno status quo. Una forma di controllo sociale a suo modo geniale.» Sorrise, mi osservò per qualche istante e aggiunse: «Non ti facevo così…» senza terminare la frase si avvicinò al mio viso e, con una delicatezza di cui non lo avrei mai creduto capace, mi baciò.

Respirai per la prima volta davvero tutta la sua essenza, che diceva di lui tutto quello che nascondeva accuratamente dentro. Risposi a quel bacio con trasporto e mi sembrò di essermi staccata dal suolo mentre una nuvoletta di fiato scappava dalle nostre bocche socchiuse. Questo servì a ridestarmi da quel momento di debolezza. Di scatto mi allontani da lui, incredula per quello che era appena capitato. A Infingardo non piacque la mia reazione e, in qualche modo, si sentì sfidato dal mio rifiuto. Proiettò nei miei occhi il suo sguardo ipnotico e mi accarezzò una guancia con una delicatezza che mi fece venire i brividi. Ero impietrita dall’azzurro squillante dei suoi occhi e non riuscivo a liberarmi del suo odore addosso. Lui si avvicinò ancora di più al mio corpo, portando l’altra mano tra i miei capelli fino alla nuca.

«Sai… dovresti lasciare che gli eventi fluiscano da soli e vivere questo sentimento fino in fondo.»

La parola “sentimento” agitò in me un moto di ribellione che mi diede la forza di spingerlo via da me. Poi gli coprii gli occhi così che lui non potesse più attrarmi a sé col magnetismo del suo sguardo.

«Non c’è nessun sentimento, Infingardo! Non osare utilizzare mai più il tuo sguardo ipnotico con me! Non mi interessa più frequentarti. Trovati un’altra compagnia… non sarà difficile per uno come te.»

Lui cercò di afferrare la mia mano per fermarmi e, non riuscendoci, si affidò di nuovo alle parole:

«Aspetta! Non può finire così tra di noi! Non possiamo negare quello che ci è appena successo… era troppo intenso, troppo pieno per far finta di niente!»

«Tu sei un maestro a far finta di niente, questo episodio sarà solo una volta in più.»

Questa mia durezza lo colpì inaspettatamente e d’improvviso i suoi occhi si spensero nella tristezza, così io ebbi modo di scappare via velocemente. Mi sembrava quasi di volare su quella spiaggia talmente correvo forte, anche se sentivo il peso del mio cervello farsi insopportabile e i pensieri angosciarmi sotto la spinta delle emozioni.

Quello che era successo con Infingardo aveva messo in discussione anche l’amicizia con Dipartito, che mi ero decisa ad allentare. Pensavo che in fondo lui non si fosse mai davvero reso conto della mia presenza nella sua vita, dal momento che era sempre circondato da gente e, soprattutto, da ragazze infatuate della sua leggerezza. Fui invece a dir poco stupita dalla caccia che iniziò a darmi quando misi in atto il mio lento allontanamento. Iniziai a trovarmelo all’uscita di scuola per accompagnarmi a casa. I suoi inviti a uscire insieme si fecero sempre più numerosi nonostante le mie molteplici scuse per evitarli. Ad un certo punto, pensai che l’unico modo per liberarmi di lui fosse stare insieme una notte. Gli avrei dato quello che la sua vanità richiedeva e lui avrebbe perso questo interesse spasmodico nei miei confronti. In fondo, non avevo mai considerato Dipartito come uno di cui potermi innamorare… era troppo solare e semplice. Con lui pensavo tuttalpiù di vivere una favola, una parentesi di magia da tenere nel file dei ricordi come le foto di una gita di un giorno. Così, accettai uno dei suoi inviti. Mi portò in un ristorante molto carino… era la prima volta che stavamo insieme in quel modo: animati da aspettative. Lui, come al solito, tirò fuori il suo talento sociale e allontanò il mio imbarazzo con il suo buonumore e una conversazione vivace. Provai una sensazione strana: una sensazione di divertimento che mi ero concessa poche volte nella vita. Camminammo per il lungomare deserto a tarda sera, ridendo e scambiandoci battute divertenti. Ad un certo punto, pensando di fare quello che entrambi volevamo, gli chiesi, senza troppi giri di parole, dove potevamo andare per consumare quell’amplesso che era stato il sottofondo di tutta la serata. Dipartito si fece improvvisamente serio e mi disse:

«È questo che pensi di me? Che io abbia rincorso così insistentemente questa serata solo per venire a letto con te?»

Non potevo credere alla sua reazione. Ero spiazzata e senza parole e lui affondò ancora di più il colpo: «Non sei la storia di una sera. Ti desidero molto di più che per una sera. Se ti avrò questa sera, ti vorrò ancora e ancora e sempre di più… è bene che tu lo sappia.»

Provai ancora più paura del bacio scambiato con Infingardo. Nella mia convinzione di tenere tutto sotto controllo, non mi ero accorta di come tutto mi fosse sfuggito di mano. Ero stata superficiale, esattamente come mi aveva insegnato la società in cui pensavo di non essere integrata. Ero diventata la prima qualunquista, la portabandiera del luogo comune, la superficialità incarnata. Mi credevo talmente al sicuro con due ragazzi che sembravano avere perfettamente chiaro quale fosse il loro ruolo in quella società, quali aspettative rincorrere e quali gusti avere. Eppure, quanto mi ero sbagliata! Scrutando il disappunto nei suoi profondi occhi verdi, mi venne da dire solo «Scusa». Poi fuggii via senza attendere repliche.

Per tutto il resto dell’anno scolastico evitai entrambi accuratamente, nonostante qualche loro tentativo di riallacciare i rapporti. Non è che non pensassi più a tutto quello che era successo… anzi. La mia paura, però, di ritrovarmi invischiata in certe emozioni che non ero in grado di dominare mi frenava da qualsiasi idea di cedere e incontrarli ancora.

Arrivarono gli esami, ed ebbi così modo di impegnare la mia mente su altri fronti. La fine del liceo e l’inizio delle vacanze estive mi avrebbero permesso di partire, fare un lungo viaggio con la mia famiglia, lontano da tutto e tutti. Questo mi avrebbe dato modo di ritrovare il distacco e l’equilibrio necessario per non dare troppo peso al mio romanticismo che si scatenava al solo pensiero dei due ragazzi.

Alla fine dell’estate mi sentivo un po’ più salva nonostante si avvicinasse il periodo autunnale che mi induceva un pericoloso sentimentalismo. I miei occhi impari andavano alla ricerca di tracce di marrone e dorato, i miei polmoni respiravano pienamente quell’umidità che fa tanto male, gratificando il mio masochismo con qualche colpo di tosse. Ero in preda a nocivi stati d’animo tendenti al mellifluo.

Avevo comunque ristabilito un po’ di controllo con l’inizio dei corsi all’università, che tenevano la mia mente lontana dal mio dilagare esistenziale. Avevo fatto amicizia con una ragazza che frequentava i miei stessi corsi e passavamo molto tempo insieme a studiare. Un giorno mi aveva coinvolta in una manifestazione che si stava svolgendo in aula magna: Un confronto tra i due più quotati candidati a rappresentanti di facoltà. A detta della mia nuova amica, valeva la pena andare anche perché i due erano proprio carini. Questa frivolezza non mi attirava molto, ma non volevo correre il rischio di sembrare strana proprio all’unica persona che aveva deciso di frequentarmi nonostante i miei occhi impari. Così, acconsentii ad andare.

L’aula magna era gremita di gente e faticammo a trovare un posto a sedere.

Appena trovai sistemazione su una sedia ed ebbi il tempo di guardarmi intorno, incrociai come un lampo lo sguardo di Dipartito. La scintilla di quel contatto non toccò solo me, visto il modo in cui lui si precipitò a salutarmi. Fu un saluto molto imbarazzato per me e forse anche per lui fu così, ma, come al solito, non lo diede a vedere. Mi fulminò ancora una volta con uno dei suoi sorrisi e si congedò da me con la promessa di bere un caffè insieme appena possibile. La mia amica mi guardò stupita e mi chiese come lo conoscessi, facendomi anche notare come tutte le ragazze intorno mi stessero guardando con invidia. Personalmente, non mi ero accorta di niente a parte del subbuglio interno che quell’incontro aveva scatenato. Con una scusa me ne andai via dall’aula magna per riprendere fiato da tutta quell’attenzione suscitata e non richiesta. Pensavo che non potesse andare peggio, ma quando mi chiusi la porta alle spalle andai a sbattere contro qualcuno. Istintivamente, iniziai a scusarmi, ma le parole mi morirono in bocca nel momento in cui i miei occhi furono prigionieri di quelli azzurro ghiaccio di Infingardo. Il suo odore mi travolse e, mentre mi teneva per le braccia in modo protettivo, notai che anche lui non era rimasto indifferente al nostro contatto.

«Ciao, piccola occhi impari… Sempre pronta a cadere ai miei piedi, a quanto pare!»

Questa sua ironia inattesa alleggerì l’atmosfera al punto che iniziammo a ridere come non avevamo mai fatto insieme. Non conoscevo questa sua leggerezza. Forse aveva superato la cupezza dell’adolescenza e iniziava a fare pace con il suo vero io. Quasi quasi lo invidiavo. Vedevo che era diverso, meno statico, meno inquadrato nel suo personaggio.

«Allora anche tu frequenti la facoltà di Scienze Strategiche, non lo avrei mai detto… anzi lo avrei proprio detto, sei una stratega nata, anche se lo nascondi abilmente.»

Questa sua considerazione mi portò a dire tutto d’un fiato:

«Ma cosa dici? Io, stratega? Come ti è venuta in mente una cosa del genere?»

«Per come mi hai fatto innamorare… solo una vera stratega poteva riuscirci.»

All’improvviso, il sangue mi si gelò nelle vene. Il silenzio calò negli occhi di Infingardo, che divennero indecifrabili. Poi, una voce fuori campo ruppe lo stallo in cui ci trovavamo:

«Non sei andata via, allora! Prima non potevo fermarmi a parlare molto…»

Le parole si asciugarono nella bocca di Dipartito appena vide che insieme a me c’era Infingardo. Soprattutto, appena si accorse di come mi stava guardando e stringendo le braccia. Eccolo, il famoso triangolo. E come in quello delle Bermuda, rischiavo di essere risucchiata per sempre! Realizzai solo in quel momento che non era mai successo di ritrovarci tutti e tre insieme, nonostante durante il liceo ci fossimo frequentati abitualmente seppure sempre in circostanze separate. Cosa piuttosto strana, per un liceo piccolo come il nostro… forse loro sapevano benissimo che li frequentavo entrambi e sapevano benissimo tutto quello che era accaduto tra noi. Mi venne spontaneo guardarli stupita e chiedere: «Voi due vi conoscete… vero?»

La mia domanda gli scivolò addosso e la risposta fu chiara nel silenzio in cui continuarono a guardarsi in segno di sfida, mentre io restavo immobile ai lati di entrambi. Ad un tratto sembrava che io fossi invisibile ai loro occhi; praticamente non esistevo più. Tutte le attenzioni insistenti con cui mi avevano asfissiata fino ad un attimo prima, si erano dissolte in quell’incontro che aveva svelato le ragioni di tutto. E così era finalmente chiaro che il loro interesse nei miei confronti aveva una matrice egoistica di vanagloria personale. In fondo non erano davvero presi da me. Piuttosto, non digerivano il fatto che io non fossi quella persona innocua che avevano creduto. Il loro ego era ferito dal modo in cui li avevo spiazzati, da come non ero rientrata nella categoria che mi avevano assegnato.

Fu tutto più chiaro per me: loro sapevano che li frequentavo contemporaneamente ai tempi della scuola. Sapevano che io ero diventata intima con entrambi e che alla fine ero fuggita. Anche se le loro reazioni erano state diverse… io li avevo rifiutati entrambi. Avevo frantumato i loro schemi. Realizzare questa cosa mi fece pulsare le emozioni senza controllo.

Improvvisamente, l’agorafobia attanagliava il mio respiro come una sorta di allergia sviluppata in età matura. Presi le scale come il viatico per la salvezza. Non sentii passi che mi rincorrevano e questo mi fece capire di essere fuori pericolo. L’ultima barriera era il portone della facoltà che spinsi con tutte le mie forze perché si aprisse, animata dal bisogno di liberarmi da quelle mura asfittiche. Fuori pioveva quella pioggia fina autunnale da cui è impossibile ripararsi. Accolsi quei piccoli spilli sul mio viso scoperto.

Mi fermai come d’impulso e, abbassando lo sguardo, trovai ai miei piedi una pozzanghera nata da una buca nell’asfalto. Era uno specchio immacolato in cui si rifletteva un timido arcobaleno bucherellato dai colpi della pioggia. Mi avvicinai per vederlo meglio, ma lo coprii con il riflesso della mia immagine e finalmente guardai sinceramente nel profondo dei miei occhi impari. Mi fu chiaro solo allora che non avevo paura di svanire innamorandomi di un uomo, bensì avevo paura di innamorarmi di me stessa come Narciso… di essere risucchiata dalla mia vanità. Avevo trascorso tutta la mia adolescenza a trovare un modo per distrarmi da me stessa, per non prendermi in considerazione, schermandomi con la mia diversità di ragazza dagli occhi impari. In fin dei conti, però, non ero molto diversa da Infingardo e Dipartito. Le apparenze mi facevano dire che ero solo una ragazza dagli occhi impari che non aveva le stesse possibilità di due ragazzi come loro. Loro, che appartenevano a due famiglie dal colore degli occhi con una storia, con una dignità; loro, che facevano parte di quella parte di mondo ammirata e seguita. Io mi ero chiesta da cosa nascesse il loro interesse nei miei confronti, cosa li portasse a passare del tempo con me vista la possibilità di scelta che avevano. Adesso, finalmente, avevo capito cosa li aveva attratti di me: io non avevo mai avuto aspettative su di loro, li avevo sempre lasciati essere ciò che desideravano senza pretese, perché non potevo averne… e così mi ero nascosta per bene dentro i loro occhi.

Sospirai, accovacciata sulla pozzanghera, sentendomi veramente leggera per la prima volta in tutta la mia vita, naufragando con consapevolezza dentro lo specchio dei miei occhi diversi.


L’autrice

Catia Manuela Grasso, sono nata a Milazzo nel 1977, ho frequentato il liceo classico e poi mi sono laureata in Scienze politiche a Messina. Inizialmente desideravo diventare una giornalista e per qualche anno ho scritto e lavorato in un’agenzia di rassegna stampa. Poi ho deciso di dedicarmi ad altro e mi sono spostata in Lombardia dove vivo e lavoro attualmente. Coltivo sempre la scrittura come grande passione e di recente ho pubblicato un romanzo dal titolo “una storia rockmantica” per Rossini editore. 

Il mio profilo IG è una_scrittrice_rockmantica

L’editor

Ciao! Mi presento: sono Alessia Mantovani, ho 23 anni, un diploma di istituto tecnico per il turismo e attualmente studio Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Pavia. Amo particolarmente il genere fantasy (il mio primo amore è stato Fairy Oak, e il primo amore non si scorda mai!) e tutti i suoi sottogeneri, anche se ultimamente sto cercando di espandere i miei gusti letterari. Tra gli altri miei hobby troviamo la calligrafia, la nail art, creare bullet journal, tenere in vita delle piante e fantasticare sul futuro.

Lo so, a primo impatto c’entro poco con il mondo dell’editoria, ma sin da bambina ho sempre avuto una grande passione per la lettura e ora, arrivata a pochi passi dalla laurea, ho deciso che è arrivato il momento di mettermi in gioco, e quale miglior modo se non seguire il mio cuore?Devo ancora trovare la mia strada, ma spero vivamente che essa passi per le pagine di molti libri.


IG: @alessia_mantovanii 

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