“Frattaglie di pollo” di Alessandro Tamisari – I Racconti della Bussola

I Racconti della Bussola è un progetto che dà esperienza a editor e scrittori. 

Frattaglie di pollo

di Alessandro Tamisari

editing di Maura Mecchi

Splink, splonk, SPLANK scalpicciavano gli scarponcini di mio figlio quando saltava da una pozzanghera all’altra davanti casa.

Splink, splonk, SPLANK.

Il suo era un rituale speciale: andava a salutare il suo amato orsacchiotto di pezza dalla pelliccia rossastra, si lasciava infagottare dalla mamma con sciarpa e berretto, e poi barcollava come poteva in mezzo alla strada a caccia del suo obiettivo. Una volta individuato, prima batteva con forza un piede a terra, rigorosamente il destro, poi il sinistro, e infine spiccava un gran salto tenendo i piedi uniti. Il tutto si ripeteva finché non riusciva più ad alzare le gambe dalla stanchezza.

In momenti come questo arrivavo a pensare che non sistemare l’asfalto davanti casa aveva dei vantaggi perché io, quando possibile, rimanevo sul ciglio della porta a spiarlo ipnotizzato. Mi chiedevo cosa trovasse di così divertente nello sporcarsi tutto. Eppure, dentro di me, conoscevo la risposta, la conoscevo bene. La ricordavo ogni qual volta che, rapito da quel vigore incessante e particolare, correvo a unirmi al suo fanciullesco gioco. Ovviamente non prima di essermi guardato attorno alla ricerca di sguardi indesiderati. Qualcuno lo stava facendo di sicuro, ma non me ne importava nulla. C’eravamo soltanto io, mio figlio, le pozzanghere e tutti quei buffi suoni.

Splink, splonk, SPLANK.

Quest’ultimo sordo rumore mi fece riprendere coscienza. E il colpevole non era mio figlio con i suoi scarponcini, non sarebbe mai potuto esserlo. Dopotutto lui era a casa, io in guerra.

Trovate le forze per girarmi sull’asfalto rovente, aprii gli occhi e tutto mi fu chiaro. “Ma certo” pensai, “che stupido che sono.” Quegli acuti splink e quei sordi splonk erano nient’altro che i rumori di una pioggia maledetta di sangue, pelle e ossa che una volta componevano i miei commilitoni. E quello strano SPLANK sarebbe stato l’ultimo suono che sarei mai stato in grado di sentire: il mio orecchio sinistro cascava a brandelli di fianco a me.

Non sarei mai riuscito a dimenticare quello spettacolo grottesco. Mentre delle maligne nuvole nere correvano raso terra e i corpi disfatti della mia squadra mi ballavano intorno, ero così inebetito che mi vennero in mente le famose frattaglie di pollo che ci cucinava l’ex tenente Sanchez per le grandi occasioni. Lui le amava alla follia, io le avevo sempre odiate. Il loro sapore, sabbioso e amaro, mi ricordava quello dell’umiliazione, della sconfitta.

Sentii lo stesso retrogusto quando l’esercito, per consolarmi dell’accaduto, mi premiò rispedendomi dritto a casa con una medaglia all’onore, un centinaio di visite mediche a mio carico e terribili incubi da dover raccontare a uno psichiatra con cadenza settimanale. Per ovvie questioni monetarie, l’assicurazione militare non avrebbe sganciato un solo quattrino, soprattutto per la ricostruzione del mio orecchio. Quando cercai di appellarmi, quel ceffo tirato a lucido con un anello grande quanto un pugno mi guardò con un sorriso tirato, nascondendo in maniera eccezionale l’enorme menefreghismo che avvolgeva le sue parole.

«Mi dispiace, signor Boyle» gracchiò, indicando una parte vaga del contratto. La firma era perfettamente leggibile in fondo al foglio: uno scarabocchio familiare con le mie iniziali, W e B. «La polizza non parla in maniera esplicita di mutilazione o perdita di parti del corpo. Sono desolato, mi creda.»

Fui tentato di vendere quella stramaledetta medaglia come scusa per pagare le operazioni pur di non tenerla un secondo in più. Mia moglie me lo impedì. Sosteneva che sarebbe stato un simbolo, qualcosa di cui essere fieri e orgogliosi. Io non la pensavo così e avrei usato qualsiasi scusa pur di disfarmene. Purtroppo, lei teneva da parte una modesta somma di denaro per le emergenze.

«Per quando pioverà sul bagnato» sussurrò, guardandomi tetra.

Non doveva aggiungere altro. Sapevamo entrambi che il destino di un soldato era morire sul campo. Avrei odiato il contrario.

Me la cavai con migliaia di dollari buttati in chirurgie e micro-chirurgie per ricostruire parte dell’apparato uditivo e con un aggeggino elettronico da porre nella nuova cavità. I medici cercarono di rincuorarmi, ma anche il più stupido cadetto sapeva che, una volta danneggiato l’orecchio, sarebbe stato impossibile tornare a sentire con la stessa accuratezza di prima. E cos’era un soldato senza l’udito?

«Solo carne da macello» borbottai, uscendo dall’ospedale con i pugni stretti lungo i fianchi. «Solo un inutile manichino con un bersaglio sulla testa.»

E infatti avevo ragione. Tutte le mie speranze di tornare a combattere sfumarono quando mi presentai a quella cerimonia indetta ai sopravvissuti, mi congedarono con quella medaglia da due soldi al collo in mezzo ad applausi generali che non volevo sentire. Mi dava fastidio vedere quegli orgogliosi patrioti esultare e mi avrebbe ferito mortalmente udire l’estenuante singhiozzare delle famiglie dei compagni che non ero riuscito a salvare. Non perché mi fossi affezionato a loro, tutt’altro. L’ex tenete Sanchez, l’omino rugoso dai folti baffi bianchi e selvaggi occhietti da topo, colui che ritenevo alla stregua di un padre adottivo, mi aveva insegnato ad avere un distaccato senso di cameratismo per i miei subordinati. Ne capii il senso quando non versai una sola lacrima durante i loro funerali. Ma le piansi lì, sul palco, davanti a battiti di mani silenziosi in mezzo a una platea di gente invisibile che non capiva e non avrebbe mai potuto capire il senso delle mie lacrime. Quella gran festa per il mio ritiro forzato non era un evento felice. Era una condanna, la mia. Significava marchiarmi a fuoco con un ferro rovente, ne sentivo il dolore su tutte le fibre del corpo.

Da quel giorno, ogni qual volta mi capitava di specchiarmi, la vedevo quella scritta che mi relegava a derelitto, a peso della società, a stupido tenente che, con meriti o senza meriti, non era riuscito a fare per bene il proprio lavoro. Il mio destino era finire come gli altri veterani: rinsecchiti su una sedia a rotelle a raccontare vecchie storie di guerra piene di rimpianti e decisioni sbagliate. Storie sul pestare una mina e vedere la propria gamba volare davanti a sé o, nel mio caso, su come una sola granata lanciata da un palazzo diroccato avesse massacrato metà plotone.

E la mia storia era stata proprio così semplice. Stavamo tornando alla base e, per depistare il nemico, decisi di divergere dalla tratta prevista passando per le rovine di una vicina città che pensavo fosse ormai disabitata. C’era un condominio in una situazione critica, sembrava che la luce del sole avesse sciolto quasi per intero le facciate frontali. E lì, sul precipizio li vedemmo. C’era una donna vestita con una mimetica e la chiara intenzione di volersi buttare proprio sopra la nostra testa e c’era un bambino. Non pensavo facessero parte di qualche cellula organizzata; l’esecuzione era troppo imbecille per essere stata pianificata dall’esercito nemico. Era probabilmente una delle poche, disperate sopravvissute locali.

La mia squadra aspettava solo il mio segnale per fare fuoco. Qualcosa del loro attentato, però, stava andando storto. Il piccolo, dopo aver subito gli strattoni della madre, aveva tentennato a saltare. Si era tolto dalla sua presa all’ultimo secondo, indietreggiando di colpo.

Appena vidi la donna cadere, ordinai subito di fare fuoco con un cenno della mano. Impossibile mancarla. Colpita dai proiettili, esplose in una palla di fuoco, lasciando di sé nient’altro che cenere e un corpo carbonizzato. Si sfracellò a terra, confondendosi col rumore delle macerie crollate.

Allora lo notai. Avevo distolto lo sguardo dal bambino e quella mossa mi fu fatale. Assoggettati dal kamikaze non avevamo pensato che il piccolo potesse fare qualcosa. Qualcosa come lanciarci una granata addosso. Quello che sembrava essere un sasso, un pezzo del muro distrutto, era in realtà una piccola bomba a mano.

Sentii la paura attraversarmi ogni particella del corpo. Era impensabile colpirla al volo, nessun essere umano sarebbe stato in grado di farlo. Come sarebbe stato impensabile scappare; non c’era tempo né copertura adatta. Così feci l’unica cosa che mi era rimasta da fare: urlare. Urlare di paura.

«GRANATAAAA!»

Boom.

Splat, slick, slack, paff, splat, squish.

E poi splink, splonk, SPLANK e voilà: frattaglie. Frattaglie di pollo. Amare, ma buone per il fisico. Io le odiavo, soprattutto quando erano immerse nella salsa di pomodoro.

Ho rivissuto quell’inferno tutti i giorni quando tornai a casa. Ogni notte mi ritrovavo là, a camminare su un asfalto spaccato dal peso dei carri armati, sotto un sole che cuoceva il cervello, ad aspettare l’inevitabile. Qualsiasi tentativo di fuggire o evitare l’accaduto era inutile, la granata arrivava sempre. E ogni volta ero costretto a rigirarmi e a guardare quell’infame pioggia di frattaglie di pollo, sullo sfondo solo palazzoni diroccati ricolmi di sabbia di una città ridotta a immondezzaio a cielo aperto.

Poi, come se al peggio non ci fosse mai davvero fine, gli incubi iniziarono a peggiorare: una volta fu addirittura Sanchez a lanciare quella granata. Mentre tutto cadeva dal cielo, apparve come per magia davanti a me con in mano un grosso spiedino ricolmo di carne. «Vieni a mangiare le frattaglie di pollo» urlava contento, sventolandomelo sotto al naso. «Sono amare, ma fanno bene al fisico!»

Smisi di mangiare carne. Mia moglie era costretta a nascondermela nelle verdure. Se la vedevo, uscivo fuori di testa.

«Proviamo a cambiare pastiglie» aveva mormorato lo psichiatra gettandomi in mano altre ricette di medicine costose che non risolvevano nulla. Riuscivano solo a tenermi alzato la notte, costretto a sfregiarmi la faccia con le unghie per le visioni che, ormai, mi perseguitavano anche di giorno. Quelle erano solo una punta dell’iceberg.

«Suggerisco anche di continuare con l’esercizio fisico, molti studi confermano che il movimento sia il segreto della felicità» disse con un viso speranzoso. «Vediamo di farla star meglio, Walker.»

Apprezzavo la fiducia del medico, ma sapevamo entrambi che nessun farmaco o allenamento sarebbe riuscito a togliermi dalla testa quell’immagine. Alcune volte le crisi erano così pesanti da essere sicuro di fare la stessa fine dei miei compagni. Sapevo che, prima o poi, non sarei più riuscito a distinguere una vera granata da quella che perseguitava i miei sogni. Forse anche il mio destino era finire dentro un grosso pentolone pieno di sabbia e scarti, per poi essere mangiato dagli sciacalli delle dune insieme a ciò che rimaneva della mia squadra.

Ci provavo sul serio a stare bene, mi allenavo tutti i giorni. Ogni mattina all’alba ero fuori, scarpe da ginnastica ai piedi, a correre. Alcune volte era terrificante. Mi sembrava di essere su un’autostrada per l’inferno. Sentivo i cadetti allenarsi, sparavano senza pensieri ai manichini non immaginando che quella sarebbe stata anche la loro fine. Dovevo concentrarmi per non impazzire, per non confondere il loro addestramento per fuoco nemico. Molte volte, comunque, sentivo il rumore della granata gravare su di me come un obbrobriosa spada di Damocle, senza vederla mai atterrare. Forse ero abbastanza veloce da ritirarmi in un luogo chiuso.

Furono proprio quei momenti di intenso terrore a far scoprire ai miei ex compagni, gli altri sopravvissuti a quel terribile evento, dei miei incubi, delle mie visioni. Mi costrinsero a partecipare, insieme alla mia famiglia, a un seminario fuori città per discutere gli effetti dannosi della guerra sui soldati. Dissero che parlare di ciò che avevamo vissuto facesse bene, per alcuni di loro aveva funzionato e speravano che lo avrebbe fatto anche con me.

«Non sei obbligato» disse mia moglie, abbracciandomi. «Se non vuoi andarci, andremo da qualche altra parte. Pensala come una piccola vacanza, un’occasione per staccare.»

Accettai ben consapevole che non avrei parlato, non ce l’avrei mai potuta fare. Però volevo almeno provarci.

Arrivammo all’hotel prenotato, ero scosso, con una forte nausea che mi impediva quasi di respirare, così decisi di lasciare i miei ex compagni, mia moglie e il nostro bambino a visitare i dintorni mentre io andai a riposare. Al mio risveglio, non mi ritrovai nella camera d’hotel. Ero steso a terra, in un luogo oscuro, polveroso. Ero dentro un palazzo. Quello sotto al mio viso non era il solito asfalto, ma calcestruzzo. E quella che pensavo polvere era in realtà sabbia, la fine sabbia del vicino deserto.

«Sono tornato…» Trattenni le lacrime. Mi era mancata quella sensazione di sabbia incrostata nella barba. Faceva prurito. Più la grattavo via, più tornava: una vera delizia. «Sono davvero tornato.»

Quando mi alzai, fui accolto dal vento. Si insinuava nella stanza creando un suono ovattato, come di coperte scosse. Notai subito da dove entrava. La parete di fronte a me era in gran parte crollata. Ciò che rimaneva della stanza era stato spazzato via da un’esplosione. La mia esperienza mi suggeriva, con tutta probabilità, un lanciagranate per autocarro come colpevole. Ne era pieno da quelle parti, comune quasi quanto l’odio degli abitanti per i militari, se non di più. Di tutto, si era salvato solo il telaio rugginoso di un letto.

La gioia più grossa la provai guardando oltre quel crepaccio, scoprendo che la mia vista non incontrava ostacoli. C’erano solo il grigio dei detriti, il color oro del deserto e l’infinito azzurro del cielo. “Ho appena acquisito le ali” pensai, “posso andare dove voglio.” Poi lo notai.

«Soldati» sussurrai al vento, «un intero plotone di soldati provenienti dall’entrata della città. La stessa che utilizzammo per…»

Per depistare il nemico avrei voluto dire, ma dalla mia bocca non uscii nient’altro che un brontolio sconclusionato. Come la sabbia nella mia barba, le parole mi rimasero in gola, impedendomi di parlare.

“Già” pensai, “quella era l’entrata della città.” Non una qualsiasi, quella con la “e” maiuscola. L’entrata che avevamo usato quell’infelice giorno. E loro erano il mio plotone, il mio trofeo. L’emblema che non ero un semplice cadetto, carne da cannone. Impossibile dimenticare il carro che avevamo usato come copertura. Ricordo ancora il puzzo di cipolle tritate e spezie esotiche che lo pervadeva. E questo palazzo, con più precisione la stanza accanto, era…

«La granata» sibilai, stringendo i denti così forte da romperli. «È dove hanno lanciato la granata che ha ucciso la mia carriera.»

E le frattaglie di pollo subito dopo. Mai dimenticarsi di loro. Erano amare, ma facevano bene al fisico. Se me ne fossi scordato, Sanchez mi avrebbe tirato uno dei suoi scappellotti brutali. Chi non le mangiava doveva subire le sue punizioni e nessuno voleva farlo.

«Forse sono ancora in tempo» dissi, guardando il carretto andare a passo d’uomo. «Se sono qui, devo esserlo.»

Non ci pensai due volte. Infilai la mano sotto il telaio del letto e non ne rimase vuota. Vi trovai il mio caro coltello balistico, un regalo dell’ex tenente Sanchez. Non era un’arma comune, nascondeva un grande segreto dentro di sé: con la pressione di un pulsante a lato, esplodeva una piccola carica e la lama si staccava dal corpo, volteggiando fino a colpire il bersaglio. L’avevo provata un centinaio di volte, ma non mi stancavo mai di usarla. Era davvero un regalo prezioso. Ricordo ancora quando mi porse il pacchetto con un pugno allo stomaco e una pacca sulle spalle.

«Questo dimostra che non sei più un cacasotto» sghignazzò malevolo sotto i suoi folti baffi bianchi. Di solito era impossibile sentire nelle sue parole anche solo una punta di felicità per il prossimo, ma quella volta era diverso. «Sono fiero di te, figliolo.»

Il vecchio era morto quattro anni dopo la mia promozione a tenente. “Ero stato fortunato” pensai, “fortunato che non avesse visto la mia sconfitta.” Se fosse successo, ero sicuro che avrebbe perso tutto l’orgoglio che provava nei miei confronti.

«Non lo permetterò» ringhiai, indirizzandomi verso il corridoio che avevo davanti. «Non lo permetterò!»

Rigirai il coltello nella mano, appoggiandolo al fianco. Adoravo sentire la pressione del metallo freddo sulla pelle.

Sapevo che fosse illegale. Mi avevano tolto qualsiasi arma, nemmeno fossi stato uno svitato. «Per sicurezza» avevano ribadito gli altri sopravvissuti, spinti dallo psichiatra. Io sapevo che erano solo un mucchio di stronzate. Loro volevano continuare a degradarmi. Lo facevano perché non avevo salvato i nostri compagni. Le loro cure e premure erano indifferenti ai miei freddi occhi da soldato addestrato: sapevo leggere le menzogne nel viso altrui. Sapevo che la loro buona volontà di spingere me e la mia famiglia a quel seminario inutile era solo un’enorme e grottesca facciata per farsi belli davanti ai capitani. Dopotutto, dovevano scegliere ancora il nuovo tenente.

Potevano togliermi tutto, la carriera, il rispetto, le armi da fuoco, ma non quel coltello. Non potevano togliermi la libertà di difendermi.

Mi catapultai nella stanza affianco pronto a impedire l’imminente disastro quando li vidi: una donna, con il corpo rivolto verso di me, e un bambino che mi dava le spalle. Erano vicini, molto vicini l’uno all’altra. Lei, inginocchiata, lo stava abbracciando. Lo copriva nella sua interezza con la sua mimetica color del deserto sussurrandogli parole profane in una lingua a me sconosciuta. Per quanto si potesse notare a occhio nudo cosa nascondesse sotto la divisa e con ciò le sue intenzioni, il suo viso non era in grado di nascondere una completa e assoluta disperazione. “Quel gesto era l’unica via rimasta” le suggeriva il cervello, come se chiedere aiuto non potesse esistere nella lista delle opzioni disponibili.

Il bambino, invece, teneva stretto in mano qualcosa. Era ovvio che fosse quell’infausta granata che, come uno spettro, ritornava ciclicamente nei miei incubi.

Davanti a quello spettacolo non riuscii a trattenere la rabbia. Quella donna avrebbe potuto scegliere di essere chiunque, addirittura parte della mia squadra. E invece aveva scelto di gettarsi giù dal palazzo e farsi esplodere insieme al figlio sopra la nostra testa nel vano tentativo di uccidere gli invasori.

Lo psichiatra mi aveva detto che certe persone perdono del tutto il senno dopo aver subito eventi traumatici. «È una malattia» mi disse, «si chiama disturbo post-traumatico da stress.» Secondo lui io ne ero un caso esemplare, ma quel dottore non aveva mai osservato la faccia di una persona che ha visto la sua terra conquistata, le sue città demolite e il suo futuro spezzato. Era lei quella malata, non io; la mia squadra non aveva nulla a che fare con tutta questa distruzione, per lo meno non in modo diretto, non credo che farglielo presente le avrebbe fatto cambiare intenzioni. La mia situazione era tutt’altra cosa. Non volevo salvare i miei compagni, non volevo schiacciare il nemico e non avevo nemmeno bisogno di tornare nell’occhio del ciclone. Io volevo solo che Sanchez fosse fiero di me.

Lui era l’unico in grado di capirmi. Era il padre che non avevo mai avuto. Dopo la sua morte, tutto era cambiato.

«Sto morendo, Walker.»

Ricordo che il vecchio tossì più volte su un fazzoletto di stoffa ingiallito e rovinato dai perenni lavaggi. Non dissi nulla. Pensai solo che non avevo mai visto il sole mattiniero dello spoglio campo d’addestramento così pallido.

«Non permetterò che mi facciano morire su un letto d’ospedale» disse rimettendosi il sigaro in bocca. «Non capiscono come siamo fatti.»

Mi mostrò il contenuto del fazzoletto prima di metterlo via. Era zuppo di sangue.

«Per noi esiste solo questo.»

Ed era per quello che avrei continuato a vivere, per ciò che ora avevo sotto i miei occhi. Dopotutto, era colpa loro se rivivevo quell’esatto momento ogni singolo dannato giorno della mia vita.

“Questa volta non fallirò” pensai, “se sono qua ci deve essere un motivo.” Dovevo fermare quella donna e suo figlio, non c’era altro modo. Se lei si fosse buttata giù, sarebbe stato game over, partita finita, kaput. Mi era stata donata una seconda chance e io non l’avrei sprecata.

Appoggiato allo stipite, sparai. La lama del coltello sibilò fendendo l’aria come una libellula impazzita. Il rasoio si conficcò nella testa della donna prima ancora che potesse accorgersi della mia presenza. Non riuscì nemmeno ad alzare la testa per guardarmi. Vidi l’occhio esplodere come un brufolo rigonfio di pus.

SPLANK. Lo stesso rumore che fece il mio orecchio esploso.

La faccia del bambino fu invischiata del liquido oculare della donna e strillò, lasciando cadere ciò che teneva tra le mani. Strillò forte, con un tono acuto che solo i bambini possono fare.

«Urla finché puoi» sibilai tra i denti serrati, correndo verso di lui. «Fra un attimo non potrai più farlo!»

Afferrai la sua tenera gola e lo alzai alla mia altezza. Provò a usare le sue unghiette appuntite per farmi del male, ma io non feci altro che stringere ancor di più la presa. Gli stavo strozzando la trachea come fa un cane con un pollo di plastica. “Ora non hai più così tanto fiato per urlare” pensai, “provaci ancora se hai le palle, ometto.”

Lo avvicinai al mio viso per poterlo guardare negli occhi. Erano rossi e sporchi dello schifoso liquido oculare della madre. Gli potevo leggere in faccia la paura, il dolore e la rassegnazione della morte. Aveva le iridi del mio stesso colore. Ricordavano me da piccolo.

Mentre vedevo la vita spirare da quel piccolo e maledetto corpo, usai i suoi occhi come specchio. Riflettevano la figura di un possente uomo barbuto, con un ghigno sulle labbra e gli occhi da pazzo. Si divertiva, era evidente. Quale maniaco si sarebbe diverto a uccidere un bambino in quel modo? “Solo gli idioti” pensai, “perché io avrei fatto di peggio.” Lo avrei trasformato in frattaglie. In tante, piccole, amare, frattaglie di pollo! Disgustose, ma favolose per il fisico.

Clak. Il rumore del collo spezzato del bambino risuonò all’unisono con quello di una porta che sbatteva contro il muro. Sentii delle persone correre, entrare e accerchiarmi.

«MANI IN ALTO!»

«Oh, mio Dio» sibilò una donna.

«Walker… Cosa hai fatto…» aggiunse un altro.

«HO DETTO: MANI IN ALTO!» urlò un terzo.

Lasciai immediatamente la presa sul bambino che aveva ucciso la mia carriera solo per capire che non era lui, non avrebbe mai potuto essere lui. Dopotutto, quel piccolo essere aveva in mano una granata. Questo stringeva in mano solo un orsacchiotto di pezza dalla pelliccia rossastra.

Tutto mi tornò in mente. La passeggiata. Il seminario. I miei ex compagni. La mia famiglia.

«M-Mani in alto, tenente» ripeté l’uomo con la voce spezzata, caricando la pistola.

«Non sono più il vostro tenente» sussurrai, alzando le mani. «Sono solo un debole. Non sono più niente.»

Quel giorno scoprii di non essere mai tornato a casa da quella città fantasma. Non nella mia testa.


L’autore

Sono Alessandro Tamisari, ho 26 anni e vivo a Ferrara. Sono diplomato geometra, mi sono specializzato in sicurezza nei cantieri e attualmente svolgo attività di ufficio acquisti presso un’azienda di carpenteria metallica. La mia vita è cambiata quando ho letto “Misery” di Stephen King e la “Monogatari Series” di Nisio Isin. Scrivo sperando di incapsulare e condividere quelle speciali sensazioni che solo storie scritte col cuore sono in grado di trasmettere. Nel 2019 ho pubblicato il libro “La porta dei 213 lucchetti” con l’editore centese “La freccia d’oro”.

IG: @egoistic.vlad

L’editor

Maura, laureata in matematica, sta entrando nel mondo dell’editing e della correzione di bozze a passi lenti, con studi mirati e tanta pratica. Forse per deformazione professionale, cerca sempre di schematizzare ogni lavoro per rispettare le scadenze senza perdere di vista la personalità di ogni autore e i punti di forza di ogni loro storia.Se cercate un occhio critico e un’opinione schietta sul vostro lavoro, vi aspetta su Instagram come @therealmame.

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