“Gli occhi dell’anima” di Erika Fontanella – I Racconti della Bussola

I Racconti della Bussola è un progetto che dà esperienza a editor e scrittori. 

Gli occhi dell’anima

di Erika Fontanella

editing di Alessia Rasconi

Lo ricordo alla perfezione.

Nella mia mente quel momento si ripete tutti i giorni, tutto il giorno, in un loop infinito simile a una tortura. Ricordo cosa accadde poco prima e subito dopo lo schianto e ricordo l’ultimo fascio di luce che ha attraversato i miei occhi.

Mi chiamo Sole, ma la mia esistenza ne è priva.

Ho l’acqua alla gola. Avrei solo bisogno di un attimo per respirare, uno solo in grado di darmi l’ossigeno necessario per continuare con questa farsa che è la vita.

L’acqua è talmente alta che le forze stanno iniziando a mancare e raggiungere la riva, o anche solo tornare a nuotare, sembra un puro miraggio. Sai, come quando stai annegando e, tra le onde, intravedi un salvagente, fai di tutto per raggiungerlo, ma la corrente è troppo forte e ti trascina giù. Per quel millesimo di secondo che sembra un’eternità, la vita va in frantumi, e non importa quanto in fretta tu possa cercare di tornare a galla, ormai è finita.

Ecco, io sono qui, in queste acque, e annego.

«Come stai oggi?» mi chiedi sorridendo.

Io non ho il coraggio di risponderti e inspiro rumorosamente.

«Ti va di mangiare un po’?»

Scuoto la testa, non provo neanche a spiegarti il motivo. «Ehi, Sole,» ti sento avvicinare, «cosa c’è che non va? Puoi dirmelo!»

«Tutto è buio.»

Ti schiarisci la voce, ma non rispondi. Cosa potresti dire, d’altronde? Mi trovo al buio perché qualcuno, da un giorno all’altro, ha deciso così e rimanere al buio significa restare con se stessi, in qualunque situazione e con chiunque. Un’eterna solitudine che ghiaccia il cuore e l’anima. Sospiro molto più frequentemente e rido sempre meno; sto diventando un mattone tanto pesante da non poter essere lanciato in aria o spostato altrove. Un grosso, ingombrante mattone che serve a ben poco se non a intralciare il cammino altrui.

«Vuoi che ti porti un bicchiere d’acqua?» domandi poi.

Questa volta annuisco.

Sento il campanello suonare e i tuoi passi dirigersi verso la porta.

«Ciao!» È Mia, ne riconoscerei la voce ovunque. «Come sta?»

Non rispondi, neanche tu sai cosa dire.

Tlock, tlock, tlock, tlock. Il rumore dei suoi tacchi risuona in tutta la casa, devono essere alti. Sospiro. È tipico di lei.

«Tesoro, ciao!» Mi abbraccia calorosamente mentre io mi limito a sorridere. L’atmosfera è improvvisamente tesa e lei inizia a scrocchiare le dita come suo solito. È un suono sordo e fastidioso.

«Vado a prenderti il bicchiere d’acqua» esordisci poi.

Probabilmente vi siete scambiati un’occhiata d’intesa, non siete mai stati bravi a nascondermi le cose. Lo deduco dalla voce rotta di Mia e dal sussurro con cui mi dice di aver portato una bottiglia di vino e di doverla mettere in frigo.

«Forse deve tornare a vedere lo psicologo» ti sento dire in cucina.

Dopo l’incidente ho iniziato a incontrarne uno per un po’, ma era troppo stupido per capire. Continuava a dire che era un periodo e che l’avrei superato. Ho finto a lungo di stare meglio, e per un certo lasso di tempo ho anche creduto potesse essere così, poi la realtà è tornata a prendermi e il buio mi ha inghiottito ancora di più. Lo psicologo non l’ha capito ma tu sì, lo sai, penso te ne sia accorto subito che la mia fosse una farsa, eppure non hai mai detto niente.

Continui a parlare con Mia e io vorrei tanto dirti cosa mi passa per la mente, vorrei urlarti che fa male persino respirare e che non faccio altro che pregare di poter tornare quella di un tempo.

Sento i tuoi passi e sospiro, pronta ad ascoltarti. Ritorni da me e mi sfiori la guancia dolcemente, il tuo tocco è caldo. Sussulto.

Quel calore è sempre lo stesso, non è cambiato come invece ho fatto io, e non sei cambiato neanche tu.

«Ti va di andare a fare un giro?»

«E cosa potrei vedere?»

Aspetti qualche secondo prima di rispondere. «Prendi un po’ di aria fresca.»

Ammiro la tua resilienza, stai lottando da mesi per entrambi e nonostante sembri combattere contro i mulini a vento, non ti arrendi.

Ogni mattina ti alzi prima di me e ti assicuri che in casa non ci sia nulla fuori posto, così da permettermi di camminare senza troppe preoccupazioni. Sento il rumore dei vari oggetti, l’odore del detersivo con cui lavi i pavimenti, ma mai un tuo lamento. Allora io resto ferma, fingendo di dormire e aspettando un tuo bacio. Apro gli occhi ma non ti vedo, ascolto solo il tuo respiro e assaporo le tue labbra: sanno di caffè. Le tue mani, però, sono sempre più sudate e la tua voce, nonostante si sforzi di essere allegra, ha iniziato a tremare. Mi prepari il cibo ad ogni pasto e porti pazienza anche quando, nei giorni in cui sono più arrabbiata del solito, non mangio o, peggio, lancio i piatti in aria. Mi sento inutile e incapace e mi fa rabbia pensare che un tempo quello che tu fai per me adesso, ero io a farlo per te. Potresti lasciarmi, sarebbe molto più facile, ma non lo fai. Vorrei chiederti il motivo, ma non ne ho il coraggio.

La prima notte a casa, dopo l’incidente, persi l’elastico per i capelli nel letto. Li porto sempre legati e quello era il mio preferito. Scattai all’istante, ma mi accorsi di non riuscire a vedere nulla. Avrei giurato che i miei occhi si fossero immobilizzati a guardare un unico punto nel letto, ma non era possibile. Continuavo a ripeterti di accendere la luce. Volevo vedere e mi aggrappavo alla speranza che quel gesto potesse aiutarmi. Che stupida! Ricordo ancora le urla, le ho impresse nella mente. Tu mi abbracciasti, e nonostante io continuassi a dimenarmi e a gridare, non smettesti di stringermi. Le tue dita affusolate stringevano le mie mani, il tuo respiro copriva il mio e i nostri cuori battevano all’unisono. Du-dum, du-dum, du-dum…

Da quel giorno continui a stringermi e a sostenermi, nonostante io ti renda le cose difficili. Cerchi di farmi uscire da quelle quattro mura in cui mi sono rifugiata, da quella corazza che mi sono creata, mattone dopo mattone.

Ora stai cercando di pormi quella domanda, ma non sai come, ti conosco e ti amo anche per questo. Ho solo paura di bloccarti la strada, di riempire quella stanza di cemento e mattoni e chiuderti dentro.

«Se vuoi portarmi da uno psicologo fai pure.»

«Hai sentito?»

«L’udito non mi manca, almeno quello.»

«Neanche l’umorismo» sorridi, per un attimo ho l’impressione di poterti vedere. Il tuo sorriso è così impresso nella mia mente che ti immagino alzare lievemente le labbra e grattarti il naso. Sei sempre

stato estremamente timido e ogni volta nascondi l’imbarazzo dietro quel gesto ormai involontario. Sono sicura tu lo faccia ancora e che tu l’abbia fatto ora.

Io non rispondo.

Non ricordo come fossi prima dell’incidente. Tu mi definisci ancora adesso “divertente” ma di divertente non riesco a vedere più niente. Ricordo la vita insieme a te, però, e il nostro amore sincero. Ora è solo un susseguirsi di domande scomode e risposte false: entrambi fingiamo per non ferire l’altro. Ma il dolore è troppo perché possa essere nascosto.

Mi baci le labbra, sembri agitato. Sai benissimo quanto sia insignificante per me quell’incontro, ma il tuo disperato tentativo di salvarmi dal buio non passa inosservato, e ti ascolto.

Lo psicologo non è lo stesso che mi ha congedato allegramente due mesi fa. Tu mi hai detto di potermi fidare di lui, che sa quello che dice, ma io non ci credo; nessuno può saperlo, non quanto me perlomeno.

Mi accompagni all’appuntamento e mi dici che questa volta è quella giusta. Sembri agitato, più di me.

«Perché?» domando.

Ti sento deglutire.

«Ha aiutato mia madre.»

«Tua madre?» chiedo in un sussurro.

«Dopo la separazione con mio padre è caduta in depressione.»

Scatto dal sedile, indecisa se fare una scenata o ascoltare.

«Non me l’hai mai detto» inizio a scaldarmi.

«Perché mi fa paura.»

Rimani in silenzio per qualche secondo e poi riprendi: «Avevo sedici anni, ero piccolo, ma non abbastanza da poter usare l’età come scusa.»

«Scusa per cosa?» Mi calmo.

«Fingere di non capire, guardare altrove e non affrontare la cosa.»

Sento l’improvviso tocco della tua mano. «So cosa significa far finta di stare bene e so cosa significa smettere di credere nella vita.»

Ho sempre pensato di sapere tutto di te, abbiamo vissuto anni insieme e davo ormai per scontato che la mia e la tua fossero anime affini. Eppure, c’è qualcosa che non conoscevo, qualcosa che ti ha segnato e reso la persona che sei ora. Sento gli occhi inumidirsi e un nodo salire in gola.

«Ti ho sempre ammirato» sussurro.

«Me?» Sorridi. «Perchè?»

«Perché sei sempre stato forte. Nascondi tutto dietro la tua timidezza e all’apparenza sembri persino fragile, però…» deglutisco «sei in grado di affrontare qualsiasi prova.»

“Persino le mie”.

«Non sono forte, ho soltanto imparato a nuotare. Me l’ha insegnato mia madre che, dopo tutte le sue sofferenze, è tornata a sorridere e a stare bene senza mai tornare indietro, così come ho fatto io.»

Rallenti e allontani la mano. «Un attimo, parcheggio» dici quasi volessi giustificarti. Sei speciale anche in questo.

«Siamo arrivati?»

«Sì.» spegni il motore. Mi stai guardando, riesco a percepirlo. Mi tocchi la guancia, piano mi sfiori la pelle.

«Ho imparato a nuotare, ricordi? Se l’ho fatto è perché ho dovuto affrontare la tempesta», prendi la mia mano. «Andiamo.»

Mi accompagni fin dentro lo studio, poi ti chiudi la porta alle spalle e mi lasci.

«Ciao, Sole!» esordisce il dottore.

Sembra molto allegro, il tono di voce è quasi disturbante. Si presenta e inizia con le solite domande alle quali ho imparato a rispondere. Nella mia mente c’è solo la conversazione avuta in macchina con te. Come devo prenderla? Perché sapere di non conoscere una parte di te mi ghiaccia il cuore?

«Perché sei qui?» chiede all’improvviso. Deve essersi accorto della mia assenza.

«Come?»

«Se dici di stare bene, perché sei qui?»

Rimango un po’ sbalordita dalla domanda. «Il mio fidanzato mi ci ha portato.»

«No, lui te l’ha proposto. Tu perché sei venuta?» non capisco e resto in silenzio per alcuni secondi. «Ti ha forse costretta?»

«No.»

«Allora sei venuta perché volevi.»

«Sono venuta e basta, è importante il motivo?» urlo.

Questa conversazione sta iniziando a stufarmi e lui se ne accorge.

«Molto, perché vuol dire che in fondo vuoi guarire.»

«Non posso guarire» sussurro.

«Gli occhi del viso forse no, quelli dell’anima sì.»

Gli occhi dell’anima non esistono. «Gli occhi sono due e io li ho persi.»

Sento dei passi avvicinarsi e il rumore di una sedia. Adesso la voce sembra più vicina, giurerei di riuscire a sentire i suoi respiri: uno, due, tre. Sono lenti e regolari. «Gli esseri umani sono soliti pensarlo, ma ti svelo un segreto: non è così.»

«E com’è? Come dovrebbe essere dottore?» mi agito.

Lui resta impassibile, il suo tono è sempre calmo. «C’è qualcosa che ti turba di questa conversazione?»

Sento la rabbia scorrere nelle vene. Non sa niente, nessuno sa niente.

«Tutto.»

«Perché?»

La sua calma mi urta.

«Non può avere la presunzione di sapere cosa sto provando. Non sono venuta qui perché volessi e non sono in grado di vedere, indipendentemente dalle sue belle parole.»

«Allora cosa vuoi che ti dica?»

«Niente!»

«Niente di ciò che dirò può aiutarti, secondo il tuo punto di vista?»

La sua voce non sembra nervosa, tantomeno arrabbiata. L’unica a esserlo sono io. Non rispondo.

«Io penso che tu voglia guarire da questa profonda tristezza, ma che ancora non te ne sia resa conto, non lo accetti. Sei legata alla tua vecchia vita.»

Sussulto. “La mia vecchia vita…”

«Per oggi abbiamo finito» esordisce poi, «ci vediamo la prossima volta?»

Resto in silenzio. La mia vecchia vita, com’era? Perché ho ricordi legati alle persone a me care ma io, in quelle immagini, sono solo un’ombra?

Lo psicologo ti chiama e tu, senza dire una parola, mi prendi per mano e mi porti via. Non chiedi nulla, non dico niente.

Continuo a pensare alle tue parole, mi sembra di non aver conosciuto una parte di te e che quella persona che ho accanto da anni sia una metà incompleta: l’altra l’ho solo intravista in macchina.

Mia ci raggiunge nel pomeriggio, sento di nuovo il ticchettio dei suoi tacchi risuonare in tutta la casa. Trattengo il respiro e le parole da dirle.

Non so dove siete, ma l’eco delle vostre voci risuona fino alla stanza in cui sono, vorrei dirvi di andare altrove a parlare, di lasciarmi stare.

«Non è andata bene?»

«Forse non è ancora pronta. La settimana prossima ha un altro appuntamento, spero di riuscire a portarla.»

Mi sento una bambina alle prese con i genitori nel disperato tentativo di convincerla ad andare a scuola. Quando sono diventata così? Perché non riesco a tornare quella di prima? Non fanno altro che dirmi che è possibile, ma io vedo solo oscurità e nessuna via di scampo.

«Vuoi qualcosa da bere?» mi domandi.

Scuoto la testa.

«Com’è andata dal dottore?” chiede Mia. Sembra nervosa.

«Non è andata e non ci tornerò.»

«Ma come?» il suo tono ora è più alto. «Avevi detto che avresti provato.»

«L’ho fatto.»

Si schiarisce la gola mentre i tuoi passi si avvicinano.

«Perché non vuoi provare più?» chiedi con voce bassa e calma.

«A cosa serve? La vista non può tornarmi.»

«Può tornarti il sorriso.»

«Per cosa dovrei sorridere? Non so più neanche chi sei tu.»

Deglutisci rumorosamente. «Ti riferisci al discorso fatto in macchina?»

Non rispondo. Tu rimani in silenzio e poi, piano, riprendi a parlare.

«Ognuno di noi ha vissuto o vive, almeno una volta nella vita, momenti terribili. Sono proprio quelli a cambiarci. Mamma era sull’orlo del suicidio, l’unico che poteva aiutarla ero io ma avevo solo sedici anni. Cosa avrei potuto fare? Mi sono ritrovato sulle spalle tutta la responsabilità, compresa la vita di mia madre. All’improvviso tutti i problemi di quell’età sembravano stupidi: i compiti, le prime cotte, gli amici. Ogni cosa in confronto era minuscola. Ciò che facevano i miei amici era così lontano da me. La vita era diventata una corsa alla sopravvivenza e, sebbene ci fossero gli zii con noi, sentivo il peso e il dovere di starle accanto. Solo io conoscevo la vera mamma, solo io potevo aiutarla.» Sussurri. Tiri su con il naso, stai piangendo? Ti prendi del tempo. Vorrei vederti ora, capirti. «Non uscivo più, non sentivo neanche gli amici e a scuola non volevo andare. Ho perso un anno a causa delle assenze, mi sentivo solo e pensavo che fosse giusto perché anche mamma si sentiva così.» deglutisci, le tue dita delicate adesso sono sul mio viso. Sei caldo come sempre.

«Quando sei entrata nella mia vita ti sei innamorata di un ragazzo completamente diverso, allegro e spensierato, io volevo andare avanti e non volevo che questo potesse sembrarti un pretesto per cacciarmi via.»

Hai la voce rotta e cerchi di non darlo a vedere; schiarisci la gola ad ogni parola. Immagino il tuo bel viso, rosso dalla tensione, e i tuoi occhi gonfi per le lacrime trattenute.

«Perché avrei dovuto cacciarti via?»

«Lo dici anche tu: il dolore allontana le persone.»

Il respiro mi manca nel sentirti pronunciare quelle parole. È vero, il dolore allontana tutti. Nessuno vuole stare accanto a chi soffre, nessuno vuole prendersi la responsabilità del male altrui.

Mi prendi la mano, riesco a sentire i polpastrelli delle tue dita sfregare sulle mie. Mi fai quasi il solletico.

Nessuno, tranne te.

«Il dolore allontana solo chi non ama» dico in un fiato.

Non sento più niente per una manciata di secondi, poi Mia ride.

«E tu ami tanto» dice.

Non rispondo, ancora.

Passo la notte sveglia, a lasciare che il buio entri dentro di me. Dopo l’incidente ho rifiutato l’oscurità, l’ho disprezzata e non l’ho mai accolta. Tu, invece, hai imparato a prendertene cura e non ti ha più fatto paura. Forse, puoi capirmi più di quanto creda.

Hai fatto tanto per me, continui a farlo. Non sei andato via, non lo fai mai e mi sono sentita sempre in colpa per questo. Potresti conquistare il mondo, ma ti limiti a starmi accanto.

“Il dolore allontana solo chi non ama”mi ripeto.

In me sale il desiderio di renderti felice e la consapevolezza di non poterlo fare in queste condizioni. Lasciarti andare era per me l’unico modo, ma non mi ero resa conto di quanto potesse ferirti. Adesso inizio a capirlo: tu non mi abbandoni perché mi ami, non voglio farlo neanche io.

Mi domandi cosa voglia per colazione, mi sfiori il mento e attendi una mia risposta. Vorrei vederti, guardare i tuoi occhi, le tue labbra.

«Voglio fare un altro tentativo.»

«Come?» sei felice, lo sento dalla voce.

«Voglio tornare dallo psicologo.»

Resti in silenzio per un po’, devo averti rubato le parole. Poi d’un colpo, il tuo corpo stringe il mio e io mi inebrio del tuo odore e torno ad assaporare i tuoi baci.

«Sai, ho avuto un paziente molto simile a te.»

Il dottore sembra pacato, se possibile ancora più dell’altra volta. Mi ha accolta con tono allegro, senza pormi particolari domande. «Lui aveva perso l’udito e ricordo che comunicare non era facile.»

Sono calma e decisa ad ascoltare, sebbene non propriamente a mio agio. «E come fece?» domando.

«Gli insegnai a sentire» si alza, lo intuisco dal rumore dei passi. «La vita è simbolica, un riflesso delle nostre emozioni. Se impari a condensarle e renderle positive e atte a farti del bene, lo faranno.»

Non capisco. «Cosa vorrebbe dire? A me non frega niente del simbolismo della vita, ho perso la vista.»

«No, hai perso la speranza e quella sta chiudendo gli occhi dell’anima.»

Rimango in silenzio ad aspettare che continui. Lo fa.

«Gli occhi riflettono solo la luce, ma come fai a pretendere di vedere se sei l’unica a spegnere la tua? A cosa serve vedere se non guardi? A cosa serve sentire se non ascolti? Suoni o immagini di una tipica giornata cambiano totalmente se li guardi da una prospettiva diversa.» Per qualche secondo non sento nulla più. «Sto chiudendo gli occhi» dice poi. «Cosa senti?»

«Nulla» rido. Mi sembra tutto ridicolo.

«Prova a concentrarti.»

Sbuffo, ma lo faccio ugualmente. Penso a te e mi lascio guidare nella respirazione. Mi viene in mente un episodio risalente alle scuole medie.

Non ho mai avuto problemi a scuola, sono sempre stata la cocca delle maestre prima e delle professoresse poi. Non dovevo neanche sforzarmi più di tanto, ma per questo motivo non avevo molti amici tra i compagni di classe. Cercavo in tutti i modi di conversare, ma le porte mi venivano chiuse neanche avessi la lebbra. Poi un giorno vidi un gruppetto di terza bullizzare una mia compagna e senza pensarci mi precipitai ad aiutarla. Si chiamava Mia, siamo amiche da allora. Sorrido all’idea di essere stata utile per qualcuno.

Ricordo il primo bacio con te, il sorriso dei miei genitori il giorno della laurea, le risate degli amici. Inspiro ancora, espiro. Stringo i pugni.

Inizio a sentire un vociare di sottofondo che prima sembrava non esserci. Ascolto ancora: gli uccelli sembrano cantare in coro. “È una bella giornata” penso, “prima sentivo il sole riscaldarmi il braccio dal finestrino”.

«Senti qualcosa?» annuisco. «Riesci ad immaginarlo?»

«Sì» bisbiglio.

«Questo non è guardare?»

Sento un sussulto al cuore e un nodo alla gola risalire fino a sciogliersi.

Le innumerevoli immagini di una vita passata, che prima sembravano aver lasciato spazio solo a quelle dell’incidente, ora ripercorrono una dopo l’altra la mia mente, e le rivivo.

E vivo.

Scoppio in un pianto isterico, forse per la prima volta dopo l’incidente.

Riesco a vedermi, non sono più solo un’ombra in quei ricordi.

«Non sarai mai cieca se lasci che gli occhi dell’anima guardino il mondo. Ascoltalo e vivilo. La vita intorno a te sta andando avanti e devi farlo anche tu.»

Respiro a fatica; l’aria sembra penetrare piano nei polmoni, quasi avesse paura di farmi male. Tremo. «Come faccio?»

«Così, lasciando che le emozioni scorrano e vivendole. Gli occhi dell’anima parlano attraverso l’ascolto. Ascolta.»

Stringo i pugni.

Mamma mi tiene la mano, papà me la bacia. Io stringo la sua sul letto di morte e gli bagno il palmo con le lacrime. Tu sorridi, quando mi vedi correre tra le tue braccia dopo una giornata di lavoro, e tremi non appena il mio corpo tocca il tuo. Ho in braccio il bimbo di Mia, è una bellezza! Penso che di sicuro abbia preso da lei. Mia mi abbraccia forte e ridiamo a dismisura. Rido, rido.

«Come stai?» mi chiede.

«Io… non lo so» balbetto.

«Be’, è già un inizio. Hai ascoltato la tua anima.»

«Ascoltato? Ho solo… ricordato.»

«Per riportare a galla ricordi sopiti bisogna ascoltare il proprio io e non è facile.»

Sento i battiti del cuore accelerare. Forse hai ragione tu, per imparare a nuotare bisogna attraversare la tempesta.

La mia è impetuosa e molto probabilmente mi butterà giù altre volte, ma ho basi forti e una nuova volontà. Grazie a te.

«Oggi mi ha aperto un mondo, sa?» dico senza neanche pensarci.

«Come mai?» domanda, pur sapendone il motivo.

«Penso di aver compreso finalmente cosa intendesse il piccolo principe.»

«L’essenziale è invisibile agli occhi»  ricorda. «La vista e l’udito sono solo due dei tanti mezzi che abbiamo a disposizione, ma non significano nulla se non apriamo il cuore alla gioia, all’amore e alla speranza.»

Deglutisco rumorosamente, sorrido. Non ricordo l’ultima volta in cui l’ho fatto. Sorrido ancora a quel pensiero.

«Sei stata brava, Sole. Non lasciare che il tuo nome sia vano.»

Il sole è sparito da troppo tempo ed io ho chiuso le persiane per evitare di vedere anche solo un raggio e illudermi che possa tornare. Non funziona così, capirlo è il primo passo per cambiare.

Chiudo gli occhi un’altra volta e sento l’aria entrare nei polmoni, trattengo il fiato. Voglio tornare a ridere, guardare il cielo e osservare le nuvole con te. Mi manca camminare mano nella mano e giocherellare con le tue dita nel mentre, come ero solita fare. Mi manca stringerti e non aver paura di sorriderti. Voglio tornare al mare e litigare per il posto all’ombra, sentire le onde toccarmi la pelle e rilassarmi al fruscio del vento. Voglio andare a fare la spesa e riempire il carrello di roba inutile per poi litigare su chi l’abbia scelta. Voglio tornare a stare sul divano con te a raccontarci barzellette. Voglio uscire con Mia, trattarla meglio e imparare a sopportare quei suoi tacchi! Voglio andare in montagna, ascoltare il cinguettio degli uccelli e il silenzio della neve.

Voglio tornare a fare l’amore con te senza paura, pensare a noi, a me. Voglio un futuro, con te.

«Grazie» sussurro, aprendo gli occhi.

Ti immagino sorridere, Massimo. Riesco a vederti venirmi incontro per abbracciarmi. Riesco a vedere la luce in fondo al tunnel.

«Grazie, dottore.»

«Devi ringraziare te stessa. Questo è solo il primo dei passi che dovrai fare, incontrerai paure e difficoltà, ma saprai che la vita la guidi tu. Devi guidarla tu!»

Mi congeda con una frase che, ancora adesso, porto con me.

«Per quanto possa essere difficile, ciò che ci accade non è mai contro di noi.»


L’autrice

Erika Fontanella, classe 1992, operatrice per l’infanzia. La scrittura mi ha sempre fatto compagnia, sebbene io l’abbia tenuta per me a lungo, perché portatrice di tutte le mie paure e i miei segreti. Ho una pagina Instagram, Eurika, nella quale scrivo di me e di tutto ciò che circonda il meraviglioso mondo dei libri. A breve uscirà il mio primo romanzo, “A un passo dal cuore”.

IG: @erika_fontanella & @e_u_rika

L’editor

Mi chiamo Alessia e sono una pretendente editor. Non sono nata amante dei libri, ho iniziato leggendo quello che mio nonno mi passava dalla libreria. Ho imparato ad amare i libri, parlandone, studiandoli. Ho imparato che esistono infiniti mondi di cui puoi far parte e ho scoperto che voglio aiutare a dargli vita; possibilmente lavorando su una poltrona morbidosa, davanti una finestra affacciata su un paesaggio innevato, tra un cappuccino e del gelato. Se andiamo nel pratico della mia vita troviamo una laurea in Scienze della Comunicazione, una magistrale in Editoria e Scrittura e un corso di editing con Langue & Parole. Il sogno da realizzare è lavorare come editor a tempo pieno, aiutare le persone a raccontare la propria storia e sostenerle durante il percorso ponendo molte domande e offrendo cibo.
Cerco il coraggio di mettermi in gioco sui social, spero ci sarete quando lo troverò.

IG: @alessiarasc & @pretendenteeditor

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