“Loop” di Giulia Panzacchi – I Racconti della Bussola

I Racconti della Bussola è un progetto che dà esperienza a editor e scrittori.

Loop

di Giulia Panzacchi

editing di Melania Muscas

Max aprì gli occhi e non vide niente, assolutamente niente. Intorno, solo il buio.

Sentiva però un mal di testa martellante, e faceva male. Parecchio. Provò a muoversi, e si accorse di avere le mani legate dietro la schiena. Dato che il sadomaso non era tra le sue preferenze a letto, doveva immaginare l’alternativa peggiore. Cominciò a sentire il panico salire, ma si aggrappò alla parte più razionale di sé e provò a dedurre qualcosa della situazione.

Era sdraiato su un fianco, la guancia contro un pavimento sorprendentemente tiepido. Le mani legate sfioravano una parete dietro di lui; quindi, provò a mettersi a sedere, con cautela. Il mal di testa peggiorò, e Max si prese un momento per respirare a fondo. Quando si sentì meglio, scoprì che gli occhi si stavano abituando al buio e, grazie alla luce che filtrava da sotto la porta alla sua sinistra, riusciva a vedere qualcosa dell’ambiente in cui si trovava. Una stanza piccola, stretta e lunga, del tutto spoglia: uno sgabuzzino? Inutilizzato, però. E fuori, cosa c’era? Il resto della casa? Il luogo in cui si trovava non sembrava uno scantinato, non era freddo né umido; anzi, a dire il vero la temperatura era piacevole. Quindi, se si trovava in una casa, era in uno dei piani superiori. 

Ma aveva bisogno di più informazioni per capire dove fosse finito. Per capire quello, e poi per scappare… Quanto tempo era passato? Forse sua moglie aveva già avvertito la polizia. Forse lo stavano già cercando.

Lentamente e con fatica, strisciò verso la porta, facendo perno su mani e caviglie legate. Accostò l’orecchio, cercando di sentire qualcosa, qualunque cosa. 

I rumori tipici del traffico arrivavano attutiti, come se fossero lontani. Qualche clacson, un’ambulanza. Dovevano essere in centro, ma il fatto che si sentissero così distanti poteva essere dovuto solo all’altezza. Dunque era nello sgabuzzino di un appartamento a un piano alto in centro.

Max si complimentò con se stesso per le proprie capacità deduttive. Ma la soddisfazione durò poco: cercò di muovere le mani e ancora una volta si sentì segare i polsi da quelle che potevano essere solo fascette da elettricista. Cazzo.

Di nuovo si chiese: come era finito in quella situazione?

Provò a ricordare, a tornare con la memoria agli ultimi momenti chiari della sua giornata. Quella mattina era andato al lavoro, come sempre: la camicia, i pantaloni e le scarpe comode che indossava lo testimoniavano. Dopo il lavoro era andato… in palestra? No, non entrava più in una palestra dal giorno in cui aveva deciso di darsi alla bicicletta. Trovava le escursioni in bici un ottimo modo per vedere gli amici e nel frattempo rimanere in forma.

Niente palestra, dunque. Forse era andato a fare la spesa? Sì… ora che si sforzava, ricordava di aver pensato che gli mancasse qualcosa per la cena, e di aver deciso di passare al supermercato vicino all’ufficio. Aveva comprato un paio di hamburger, della verdura, e poi… Ricordava la fila alla cassa, poi doveva essere uscito, ma la macchina… la macchina non se la ricordava proprio. Era successo qualcosa nel tragitto. Qualcosa che gli aveva lasciato un mal di testa fulminante, lo aveva fatto cadere – si era udito cadere, come dall’esterno – e gli aveva fatto vedere da vicino l’asfalto del parcheggio.

Poi, il buio. Fino a quel momento.

Lentamente, Max collegò i ricordi e le sensazioni, e arrivò all’unica, inquietante, risposta possibile: qualcuno lo aveva fatto svenire in qualche modo – un colpo in testa? Avrebbe spiegato il dolore – e poi lo aveva trascinato lì, legato e abbandonato in uno sgabuzzino. Ma non era imbavagliato: questo poteva fargli supporre che, anche gridando, non avrebbe attirato nessuno.

Di nuovo, sentì il panico premere sui polmoni, rendendogli difficile respirare. Cercò di scacciarlo, se non altro perché in quel momento non gli sarebbe stato di nessun aiuto. Doveva capire perché era stato rapito e, soprattutto, come uscirne.

Valutò l’ipotesi di uno scherzo di pessimo gusto da parte degli amici, ma non era decisamente da loro. Non trovava nessuna spiegazione plausibile a parte il rapimento vero e proprio. E tuttavia, non immaginava chi mai potesse avergli fatto una cosa del genere. Aveva una vita per la quale anche la definizione “monotona” era comunque troppo elettrizzante. E nonostante questo, ci doveva essere una spiegazione…

Sentì un cambio nel silenzio ovattato della stanza oltre lo sgabuzzino. Un paio di colpi contro una porta lontana ma non troppo, il genere di colpi che si sentono quando qualcuno sta bussando. In risposta, un ticchettio veloce: rumore di passi, di scarpe con il tacco. Nessuna voce. Ma udì dei cardini cigolare, ruote che giravano e facevano tintinnare delle stoviglie… Un carrello con dei piatti? Era in un hotel e il suo rapitore aveva chiesto il servizio in camera? Poi, la porta si richiuse e tornò il completo silenzio.

Durò poco, in realtà. Qualcuno stava apparecchiando, a pochi passi da lui. Sentiva i tacchi che si spostavano sempre sullo stesso tragitto, il fruscìo di una tovaglia stesa, il tintinnio delle posate contro i piatti.

Quando ritornò il silenzio cominciò a preoccuparsi. Il rapitore avrebbe mangiato da solo, o era prevista anche la sua presenza?

Ebbe la risposta nel momento in cui la porta si aprì di scatto e la luce, troppo fastidiosa per lui che era rimasto così tanto tempo al buio, inondò il piccolo sgabuzzino.

«Tesoro, è pronta la cena.»

Gli occhi ci misero qualche secondo in più del necessario per elaborare l’immagine che gli si era parata davanti, perché prima dovettero riabituarsi alla luce. E comunque la figura risultava scura, in controluce.

Era, in ogni caso, una donna. Tacchi: avrebbe dovuto capirlo prima, che stupido. Era alta, o almeno lo sembrava, a lui seduto lì per terra. La voce, anche se l’aveva sentita solo per un attimo, gli risultava già fastidiosa.

«Dai, alzati. Avrai fame.» Lo esortò la figura.

Vedendo però che lui non parlava né si muoveva, la donna si avvicinò e gli si abbassò vicino. «Ah, già. Che stupida. Devo toglierti queste, prima.» E con un unico movimento tagliò le fascette che gli legavano le caviglie. 

Dove aveva tenuto le forbici? Perché non le aveva notate?

Max provò un senso immediato di sollievo propagarsi per tutte le gambe. Sperò che la rapitrice gli liberasse anche i polsi, ma non lo fece. Mica scema.

«Adesso puoi alzarti» gli disse, e qualcosa di minaccioso nel suo tono spinse Max ad accontentarla.

Sempre senza parlare, la seguì fuori dallo sgabuzzino. 

Era effettivamente alta, come gli era sembrata alla prima occhiata. I vestiti eleganti sottolineavano un fisico nella norma, niente di particolare… Soprattutto, niente che riconoscesse.

Si prese un attimo per analizzare l’ambiente. Doveva trovare una via di fuga, in fretta.

Era senza dubbio in una stanza d’albergo, anzi, una suite. Grandi finestre sulla sinistra davano sullo skyline del centro. Doveva essere un piano molto alto, perché di alcuni palazzi si vedevano solo i tetti. Max si chiese quale albergo potesse essere – era la sua città, avrebbe dovuto conoscerla bene – ma poi si disse che non c’erano prove che fosse rimasto a Milano, quindi non aveva senso chiederselo. Meglio analizzare il resto della stanza. La porta, l’unica via d’uscita considerando il piano alto in cui si trovava, era sulla destra, oltre il salottino e il tavolo apparecchiato. Doveva fare in modo di raggiungerla. Vista da lì non sembrava chiusa a chiave, ma sarebbe stato stupido non farlo… Quindi, prima di arrivare alla porta, doveva trovare la chiave.

Il resto della stanza, in realtà, gli interessava poco; e sperava proprio di poter continuare a disinteressarsene.

Ad ogni modo, l’area notte, con il letto, si apriva di fronte a lui; il bagno era probabilmente di fianco, anche se non vedeva la porta, quindi non poteva esserne sicuro.

«Tesoro, coraggio, ho apparecchiato di qua.» La rapitrice lo prese a braccetto e lo spinse verso il tavolo. Max ebbe a quel punto la possibilità di vederla chiaramente.

Dato che era alta quasi quanto lui, poté guardarla dritta in faccia: no, proprio non la conosceva.

A parte la voce, fastidiosa e stridula esattamente come aveva pensato nello sgabuzzino, non si notava in lei niente di distintivo. Aveva un viso molto comune, quel genere di volto che non ricordi: niente occhiali o lentiggini, niente zigomi pronunciati o un colore degli occhi particolare. Stessa cosa per i capelli e per il resto del fisico. Se avesse dovuto trovare un aggettivo per descriverla, avrebbe detto… anonima.  

Capì che dal solo guardarla non avrebbe scoperto niente di più su di lei o sui motivi che lo avevano portato in quell’hotel: doveva farla parlare. Per fortuna, non sembrava un problema. Cominciò con qualcosa di semplice, ma che al tempo stesso poteva rivelargli molto.

«Chi sei?»

Lei rise. E, se possibile, la sua risata suonò ancor più fastidiosa della voce.

«Che sciocco che sei!» accompagnò la risposta con un buffetto al braccio, un gesto così affettuoso e intimo che gli venne da vomitare. «Sempre a scherzare.»

«Sul serio» disse Max. «Non so chi sei e non so perché sono qui. E soprattutto non so cosa vuoi da me.»

Ancora risate. La rapitrice gli fece segno di sedersi al tavolo, mentre lei si accomodava nel posto accanto. Per Max fu scomodo sedersi: le mani, ancora legate dietro la schiena, gli impedivano molti movimenti.

«Ho chiesto il servizio in camera.»

Bene, questa era un’informazione preziosa. Lui detestava il servizio in camera e a dire il vero gli hotel in generale, quindi era evidente che la psicopatica non lo conoscesse affatto. Forse avrebbe ottenuto più informazioni su di lei e sulla relazione che pensava di avere con lui facendo conversazione, senza domande dirette.

«Che cosa hai ordinato?»

Lei non sembrò notare il cambiamento nell’atteggiamento di Max, e disse con orgoglio: «Vellutata di zucca e melograno, tagliolini al tartufo, petto d’anatra all’arancia…» mentre li elencava, scopriva i piatti per mostrarglieli, e poi riabbassava i coperchi per tenerli al caldo. Al di là della premura, Max capì che la psicopatica al suo fianco era convinta di avere una relazione con uno che di certo amava la buona cucina e per di più sembrava avere gusti raffinati. Quindi lui, che era uno da barbecue al pranzo della domenica, di certo non c’entrava niente con l’identikit. Forse la matta si era immaginata la relazione che avrebbe voluto? Ma perché proprio con lui?

Nel frattempo, la donna si stava dando da fare: gli mise davanti il piatto con la vellutata, distese il tovagliolo sulle sue gambe, poi prese il cucchiaio e a Max divenne chiaro perché non gli avesse tolto le fascette dai polsi: voleva imboccarlo.

Dio, era disgustoso.

Ma doveva capire come andarsene da lì, perciò c’era poco da fare gli schizzinosi.

«Da quanto tempo siamo qui?» sembrava una domanda innocua, ma gli avrebbe fornito nuove e preziose informazioni.

La psicopatica non si fece pregare. «Hai dormito un paio d’ore, circa. Eri così stanco, povero tesoro! Ma che diamine è successo oggi al lavoro? Per fortuna sono venuta a prenderti! Non ti ricordavi che oggi non dovevi prendere il treno?»

Max rabbrividì a quel tono convinto. Ma lei non sembrò accorgersene, e continuò il suo racconto.

«Avevi detto che mi avresti telefonato appena finito il lavoro, eravamo d’accordo che ti sarei venuta a prendere in macchina e saremmo partiti direttamente per il nostro weekend romantico, ma non hai chiamato e non rispondevi al telefono… Ho pensato che ti fosse successo qualcosa! E per fortuna che ho deciso di venire comunque a prenderti, dovevi essere talmente distratto da dimenticarti del nostro weekend, eri praticamente già arrivato in stazione!»

Max cercava di mantenersi serio, di non cambiare espressione. Era come se la psicopatica stesse seguendo un copione nella sua testa. Spaventoso. 

«Ma non te lo rinfaccerò, promesso… Lo so che ti pressano tanto al lavoro. L’importante è che ora siamo qui, pronti per la nostra fuga romantica!»

Era peggio – decisamente peggio – di quanto Max si aspettasse. Altro che immaginazione, la psicopatica si era fatta un film mentale con tanto di colonna sonora!

Ah, ma i titoli di coda li avrebbe scritti lui, poco ma sicuro.

«Già, siamo qui. Un posto perfetto per festeggiare il nostro anniversario.» Fu un azzardo, vero, ma aveva visto abbastanza film romantici con sua moglie – e quella pazza ne aveva sicuramente visti troppi – da sapere che in genere il weekend romantico si fa per festeggiare qualcosa.

Ci prese, o come minimo la pazza stette al gioco, perché batté le mani entusiasta e poi gli gettò le braccia al collo. «Amore! Lo sapevo che non potevi essertene dimenticato!»

«Ti ricordi quando ci siamo conosciuti?» le disse ancora.

Parlare. Doveva farla parlare, e forse lei avrebbe svelato altro sulla situazione, sui suoi piani, sui suoi punti deboli.

La donna assunse un’espressione sognante. Sembrava davvero che stesse recitando. «Come dimenticarlo? Ricordo ogni particolare. Tu stavi entrando in palestra, io uscivo dall’ufficio e… un colpo di fulmine! Anche se, birichino, all’inizio hai fatto finta di non calcolarmi, eh… Sì, lo so che sei tanto timido all’inizio, ma certi sguardi che mi lanciavi non li dimenticherò mai! E poi finalmente hai trovato il coraggio di venirmi a parlare, quel pomeriggio in cui siamo saliti sul tapis roulant nello stesso momento… è stato il destino! Ed ero la donna più felice del mondo quando mi hai chiesto di uscire, e poi quella sera stessa! Tutta l’intraprendenza ti è venuta in un colpo solo, eh? Anche dopo cena…» ridacchiò di nuovo e sembrò perdersi in ricordi dolcissimi, mentre Max sperimentava un nuovo tipo di terrore: la psicopatica aveva appena raccontato, nei minimi particolari, esattamente il modo in cui si erano conosciuti lui e sua moglie. Da quanto tempo lo spiava? E spiava anche lei?

Fu assalito dal panico e pregò che sua moglie stesse bene, che fosse a casa, al sicuro, magari con la polizia. A quel punto, non vedendolo tornare, doveva aver chiamato aiuto.

Max sentì sempre più pressante l’esigenza di scappare da lì. Non poteva finire bene con quella psicopatica, in ogni caso.

In cerca di qualcosa che lo aiutasse a scappare, qualunque cosa, vide che sulla parete di fronte a lui c’era uno specchio, posizionato in maniera ottimale per riflettere la porta alle sue spalle. Fu lo scintillio rossiccio degli ultimi raggi del sole sulla maniglia a catturare la sua attenzione, e a inondarlo di sollievo quando si accorse che la chiusura era di quelle nuove degli hotel, senza chiave nella toppa ma con la tessera magnetica che bloccava o sbloccava le porte. E la tessera era proprio lì, nell’apposito spazio a fianco della porta; allora quest’ultima poteva essere aperta… Certo, sarebbe stata bloccata, ma bastava girare la manopola per aprirla dall’interno. Le porte degli hotel erano progettate per tenere al sicuro gli ospiti, non certo per rinchiuderli. Sarebbe bastato correre abbastanza veloce da raggiungere la porta prima di lei , e poi sarebbe stato fuori… libero.

Si mosse sulla sedia, ansioso di provare, ma si rese conto di avere ancora i polsi legati. E in quello stato di certo non sarebbe riuscito ad aprire in fretta la porta, tantomeno a correre… Okay, doveva prima risolvere  questo problema. Ma come?

Lo sfarzo con cui era apparecchiata la tavola gli diede l’idea.

«Non credi sia il caso di fare un brindisi, amore?» si costrinse a dire quell’ultima parola, lui che nella vita aveva chiamato così soltanto sua moglie… Ma era questione di sopravvivenza. I princìpi morali avrebbero aspettato.

Lei versò subito il vino da una bottiglia che sembrava parecchio costosa. Un rosso. Il liquido scuro gorgogliò nel calice come una promessa. Di fuga per lui, di amore per lei… Max si costrinse a rimanere concentrato. Ora lei avrebbe notato quello a cui era arrivato anche lui: che con i polsi legati non sarebbe riuscito a fare nessun brindisi, e con un po’ di fortuna…

«Sembra che tu sia impossibilitato a fare il brindisi, tesoro.»

«Lo so. Potresti per caso…?» allungò le braccia, per quanto poteva, verso di lei.

Furono momenti di tensione, per Max. Si chiedeva se non avesse osato troppo, se non sarebbe stato meglio aspettare un suo sbaglio. Si stava giocando l’unica possibilità di scappare?

Allora tanto valeva alzare la posta. «Dovrò avere le mani libere prima o poi, amore… o vuoi tenermi così tutta la notte?»

«Sarebbe un’esperienza interessante» ridacchiò lei, «ma so che la pratica non ti piace… Prima o poi ti convincerò, vedrai. Ma nel frattempo…» prese le forbici da un tavolino dietro la sua sedia, si allungò a tagliare le fascette e appoggiò le forbici di fianco al piatto. Una svista. Era l’errore che aspettava?

Il tempismo, a quel punto, era tutto. Per dimostrarle che aveva fatto bene a liberargli i polsi, le accarezzò una guancia – tentando di non fare smorfie – e prese la bottiglia per fare finta di analizzarla.

«Il mio preferito» mentì. «Hai scelto bene.»

«Lo so.» Alzò il calice e aspettò che lui facesse lo stesso.

«A un weekend memorabile» propose lui.

«Ad altri cinque anni come questi.»

Max aspettò che portasse il calice alle labbra e fece la sua mossa. Le gettò addosso calice e vino, prese la sedia da sotto e la rovesciò con forza, gettando la donna gambe all’aria.

Non aspettò di sentirla urlare; registrò distrattamente il rumore sordo di qualcosa che sbatte sul vetro, ma era già a metà strada per la porta… due falcate e l’aveva raggiunta. Sbloccarla e abbassare la maniglia fu questione di un attimo: indietreggiò di un passo per spalancarla con forza, pronto a gettarsi fuori nel corridoio, urlare e raggiungere le scale.

Ma fuori dalla porta non c’era il corridoio di un hotel di lusso. C’era un cancello che dava su un andito asettico, con una serratura decisamente chiusa.

Preso dallo sconforto, si gettò sulle sbarre e cominciò a urlare, a cercare di scuoterle, come se potessero muoversi. Come se potessero lasciarlo andare.

«Aiuto!» gridava. «Fatemi uscire!»

Non seppe come, dato che tra le urla e i calci alle sbarre stava facendo piuttosto rumore, ma sentì distintamente la donna dietro di lui che si alzava in piedi. Poi un sospiro, sconfortato ma in qualche modo… consapevole. Come se… se lo aspettasse?

«Speravo davvero che la terapia stavolta funzionasse, Max.»

Terapia. Stavolta. Speravo.

Aveva sentito bene? Era un altro livello di follia, oppure un altro film mentale che la psicopatica aveva appena fatto partire?

Ma lei non sembrava più interessata a lui. Max si aspettava che lo raggiungesse e si vendicasse in qualche modo – le forbici erano rimaste sul tavolo, dannazione – invece lei si limitò a rassettare i vestiti e i capelli, poi si allontanò dal tavolo e frugò nella borsa che aveva lasciato sul divano. Ne tirò fuori un cellulare, dal quale chiamò un numero che doveva avere in rubrica, visti i pochi passaggi. Max si rese conto che era un modello molto nuovo di smartphone; non l’aveva mai visto.

La donna non salutò l’interlocutore al telefono, chiunque fosse, e cominciò subito a parlare.

«Sono io. Esperimento fallito. Sì, di nuovo. Lo so, eravamo convinti che stavolta funzionasse, ma… No, ho fatto tutto giusto. Certo che non ha capito niente, per chi mi ha preso?! Be’, cosa è andato storto… come al solito, mi ha scambiata per una specie di psicopatica rapitrice, e quindi ha cercato di scappare da quella che secondo lui era una situazione di pericolo. Sì, l’avevo pensato anch’io, dobbiamo rivedere i parametri. Va bene, l’aspetto, così può vedere con i suoi occhi.»

Max si sentiva confuso. La sconosciuta aveva cambiato totalmente atteggiamento, e non lo guardava neanche più, mentre prima non gli toglieva gli occhi di dosso. Si era seduta sul divano della suite, controllando l’orologio, indifferente. Ora sembrava… professionale.

Lo vide arrivare dal corridoio oltre il cancello, un corridoio spoglio, di quelli da ospedale. Un uomo non troppo alto ma ben piazzato, col camice bianco che tirava sulle spalle larghe. Indossava un paio di occhiali e Max non aveva mai visto nessuno che avesse l’aria più da dottore di lui. Si fermò di fronte al cancello chiuso e tirò fuori una chiave dalla tasca. Ma non aprì.

«Dottoressa Grandi!» chiamò ad alta voce, sbirciando dietro di lui. «Deve allontanare il paziente dalla porta.»

La psicopatica si alzò dal divano e gli si avvicinò, con cautela.

«Vieni, Max» gli disse in tono conciliante. «Dobbiamo toglierci da lì.»

Totalmente confuso, Max si dimenticò persino di divincolarsi quando lei gli prese il braccio e lo portò adagio in un altro angolo della stanza. Lo lasciò lì in piedi e si rivolse al medico.

«Lo scenario del ricordo felice non ha funzionato, purtroppo.»

«Lo vedo. Posso chiederle se è sempre lei a impersonare la moglie? Ho visto le foto, non le somiglia affatto.»

«Purtroppo per la realtà artificiale è ancora troppo presto. Non avremo i primi prototipi prima di un anno, e sono già cinque anni che il paziente versa in questo stato… Volevo provare a migliorare le cose.»

«Forse il trauma è ancora troppo vivo. È stata una brutta perdita, dopotutto.»

«In effetti, il suo crollo psicofisico è stato uno tra i peggiori che io abbia mai visto. Ma aveva dato segni di recupero eccellenti, negli ultimi mesi. Pensavo fosse pronto per elaborare il trauma.»

«Non è colpa sua, dottoressa. Lei ci ha provato» il dottore sembrò accorgersi in quel momento che Max, immobile all’altro capo della stanza, ascoltava tutto. «È il caso di parlare di tutto questo davanti a lui?»

Un altro sospiro della psicopatica. O dottoressa? L’altro l’aveva chiamata così… O erano entrambi pazzi, oppure c’era qualcosa che gli sfuggiva.

«Non c’è problema, purtroppo. Come le ho detto, domani si sarà dimenticato tutto, la sua memoria non trattiene più niente per più di ventiquattro ore.»

«E quindi come pensava che il ricordo dell’anniversario con la moglie lo aiutasse per più di un giorno?»

«Elaborare un trauma partendo da un ricordo felice può aiutare a sbloccare ciò che è rimasto latente nella mente. Da lì sarei partita con un lavoro di altro tipo. Ma non ha funzionato.»

Altri brevi sospiri rassegnati, e poi i due si voltarono verso il cancello, pronti ad andarsene. Senza salutare, senza spiegare…

«Fermi!» esclamò Max. «Dove andate? Cosa sta succedendo? Ora basta! Voglio sapere dove sono finito e cosa volete da me!»

Il dottore aggrottò le sopracciglia e si voltò verso la donna, mentre quella lo guardò in un modo che gli fece venire voglia di piangere.

«Va tutto bene, Max. Tornerò domani. Riposa, okay?»

E prese l’uscita senza voltarsi indietro.

Max provò a correre loro dietro, ma fu subito chiaro che lo avrebbero lasciato lì. Allora andò a cercare qualcosa per scassinare la serratura, pensando subito alle forbici, ma non c’erano più. Erano sul tavolo, le aveva viste poco prima. Altrimenti, come avrebbe fatto la dottoressa – psicopatica – a tagliargli le fascette?

E a proposito di fascette… dovevano essercene i resti in giro. Ma niente. Quelle delle mani erano sparite. Andò a cercare quelle con cui gli erano state legate le caviglie, nello sgabuzzino. Ma quando aprì la porta vi trovò una stanza confortevole, un letto disfatto e una lampada ancora accesa. No… Quello prima era uno sgabuzzino, era sicuro… Lo avevano drogato? Se non prima, ora?

Sì, era drogato. E il dolore lo avrebbe aiutato a pensare con facilità. Dato che non trovava più le forbici, doveva ingegnarsi. Avrebbe usato i vetri rotti dei calici, o i cocci dei piatti. Corse al tavolo, solo per rendersi conto che era tutto di plastica. Ma li aveva sentiti tintinnare quando erano arrivati, li aveva sentiti…

Un momento. Quando era arrivato il carrello aveva sentito la porta aprirsi, ma non il cancello. Avrebbe fatto rumore. Quando era entrato il dottore lo aveva fatto.

Max si prese la testa tra le mani. Cosa gli stava succedendo?

E poi ricordò. 

Cinque anni, aveva detto.

Lo aveva detto al brindisi, e poi lo aveva ripetuto all’altro dottore: era in quello stato da cinque anni. Il trauma… una perdita… la dottoressa che non assomigliava alla moglie…

E poi, in un lampo, tutto fu chiaro. Così dolorosamente chiaro che gli tornò prepotente il mal di testa, lo stesso di quando si era svegliato. Cadde in ginocchio mentre la luce di due fari troppo grandi, troppo alti per essere quelli di un’auto, squarciavano il buio di una notte piovosa e si riflettevano su un parabrezza. Mentre lo stridio disperato delle gomme rendeva chiaro che non si sarebbero fermati in tempo, non ce l’avrebbero fatta. Il rumore tremendo di uno schianto e il buio e il silenzio improvvisi calarono su di lui, chiudendoglisi sopra come una tomba.

Si rannicchiò nel letto e si addormentò, perché era l’unica cosa da fare, l’unico modo per sfuggire a quel dolore.

Max aprì gli occhi e non vide niente, assolutamente niente. Intorno, solo il buio.Sentiva però un mal di testa martellante, e si chiese per quale diavolo di motivo avesse polsi e caviglie legate con delle fascette da elettricista.


L’autrice

Giulia Panzacchi vive e lavora a Bologna: dalla laurea in Lettere all’ufficio marketing di un’azienda
informatica il passo è stato più breve, e azzeccato, di quanto si pensi. Fuori dall’ufficio scrive, legge più di quanto sia socialmente accettabile, e si distrugge in una scuola di danza classica. La passione per la scrittura l’accompagna fin da piccola, tanto da aver accumulato in casa imbarazzanti pile di quaderni.
IG: @giu.p
Linkedin: Giulia Panzacchi https://www.linkedin.com/in/giulia-panzacchi-9b452190/
FB: Giulia Panzacchi https://www.facebook.com/giulia.panzacchi

L’editor

Mi chiamo Melania, ho ventotto anni. Terminato il liceo classico, sono partita a Londra per un’esperienza all’estero e ho conseguito una laurea in neuroscienze. Dopo, con una ricchissima esperienza formativa alle spalle, ho proseguito gli studi con un dottorato di ricerca; ma alla sua conclusione ho deciso di cambiare strada, il lavoro in laboratorio non faceva per me. Ho riscoperto il desiderio di scrivere, e ho iniziato a frequentare corsi di scrittura, scrivendo il mio primo romanzo. Ho seguito corsi in lingua inglese, ho studiato alla scuola Holden e alla scuola di Francesco Trento. Pian piano, ho capito che oltre a scrivere, sarei voluta diventare editor. Ho seguito corsi di editing e fatto un percorso formativo con un editor professionista, e ora comincio a fare pratica coi testi di veri aspiranti autori. Ho lasciato il lavoro da neuroscienziata, ma mi porto dietro un grande bagaglio. La mia indole creativa e la passione per le storie si intreccia alla formazione scientifica e un’impostazione di pensiero analitico, aiutandomi a fare analisi approfondite di ciò che leggo e allo stesso tempo avere una visione d’insieme. Mi piace scoprire ciò che c’è dietro ogni storia, e mi piace aiutare gli autori a tirar fuori ciò che vogliono raccontare e a far brillare i loro scritti. Da scrittrice, nel mio lavoro di editor conosco l’impegno e la fatica necessari alla scrittura di un libro, e mi piace poter dire di sapere come ci si sente a stare dall’altro lato della scrivania.

IG: ania_scrittricenuragica

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