“Lui e l’altro. Tre anni di solitudine” di Francesca Pozzo – I Racconti della Bussola

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“Lui e l’altro. Tre anni di solitudine”

di Francesca Pozzo

Editing di Ilaria Annicchiarico

Bi bi bi bip. Bi bi bi bip.

L’insopportabile suono della sveglia l’aveva destato dal sonno.

Grugnì, si strofinò con forza gli occhi e la spense. Non aveva per nulla voglia di alzarsi, ma aveva da fare. “Poco male” pensò ironicamente, “almeno questa notte ho dormito”. In effetti, era una delle poche volte che succedeva. Da tre anni soffriva di insonnia e non sapeva mai come coprire quei lunghi intervalli di tempo che scorrevano inesorabili tra la fine della giornata e le prime luci dell’alba. Si annoiava terribilmente e ogni mattina era sempre di cattivo umore, tanto che per tutto il giorno non usciva e non desiderava parlare con nessuno.

“D’altronde, se ogni notte passasse così, senza scopo, a guardare il soffitto bianco e scrostrato della propria casa di cinque metri quadri, ognuno di noi diventerebbe matto”.

Naturalmente, la casa non era di cinque metri quadri. Quello era solo lo spazio della camera. Fuori aveva un bagno in condivisione con troppe persone, comprensivo solo di un wc e di una doccia senza tendina. Oramai, per evitare brutti incontri, andava in bagno solo nelle ore più improbabili. Ad esempio, non avrebbe mai voluto incorrere in Frankie, enorme ex pugile dalle mani callose e dalle tendenze un po’ violente.

Frankie ce l’aveva con lui in particolare, nonostante molte altre persone usassero il bagno. Lì vigeva una tacita gerarchia. Frankie doveva usarlo prima di lui e prima di Frankie lo doveva usare il Guercio.

Il Guercio era il più temuto di tutti. Si diceva che nonostante il suo occhio vitreo, fosse ancora in grado di vedere anche qualcuno alle proprie spalle.

Da bravi coinquilini si dividevano le mansioni domestiche. Almeno in apparenza. Ogni giorno tutti regolarmente andavano di corpo e lui, pazientemente, doveva armarsi di spazzolone e detersivo e lustrare i sanitari senza fiatare. Non che gli dispiacesse particolarmente: pulire era un’attività che aveva sempre gradito, al contrario dei suoi compagni che, oltre ad essere prepotenti, erano dei neofiti della pulizia.

Certe notti, non riuscendo a addormentarsi, anticipava persino il lavoro. Usciva dalla sua piccola stanza, attento a non svegliare gli altri, e zitto zitto accendeva la luce del bagno.

Come sempre c’era molto da fare.

La sua vita però non era sempre stata così. Prima viveva in una villa pulita e confortevole. Era solo e aveva delle stanze luminose tutte per sé. La mattina iniziava sempre con l’odore del caffè e sulle note di qualche vecchio vinile di Ella Fitzgerald, sottratto di nascosto al padre. Un giorno però gli avevano suonato alla porta e non aveva più potuto fare ritorno.

Per un attimo tirò su la fronte ricoperta di sudore dalla tavolozza ormai candida e si accorse di non essere solo. Alzandosi in piedi, notò che qualcuno lo stava fissando. Non l’aveva mai visto, forse era uno dei nuovi arrivati. Da quando era lì però non amava fare conoscenze: quelli nuovi potevano rivelarsi parecchio imprevedibili. Per questo si rallegrò del fatto che l’estraneo non l’avesse ancora preso a botte. Abbozzò un sorriso maldestro. Era sicuro di averlo visto da qualche parte, ma non riusciva a mettere a fuoco chi fosse. L’altro a sua volta increspò le labbra. La figura emaciata  non sembrava capace di reggersi in piedi da sola e gli occhi erano gonfi e arrossati, come se avesse pianto da poco. Il loro colore malsano si mescolava a quello livido e marcato delle occhiaie. Le labbra scoprivano leggermente i denti, quasi troppo bianchi per essere veri.

«Ti trovi bene qui?» esordì lo sconosciuto.

Per la prima volta dopo tre anni si sentì scoppiare il cuore di felicità: qualcuno si era interessato a lui.

«Come ci si può trovare bene qui? Siamo all’inferno» mormorò.

«L’inferno sono gli altri.»

Non era in grado di dire se l’uomo conoscesse Sartre, forse uno dei suoi autori preferiti, o se la sua fosse un’analisi lucida, deliberata e ironica per definire la bestialità dei suoi coinquilini. Propese per la seconda ipotesi, scoppiando in una fragorosa risata, subito soffocata per non svegliare gli altri. Per un attimo le sue faccette dentali, candide e quadrate, sembrarono brillare di luce propria. L’altro si unì istantaneamente a lui, imitandone poi saggiamente il comportamento.

La conversazione si protrasse per quasi un’oretta e toccò principalmente temi filosofici e letterari. La colpa, la vergogna, Delitto e Castigo, la divinità, il Giudizio. Quei momenti di vicinanza erano sfociati in una sorta di affinità elettiva fra i due. Un ripetersi continuativo di gesti simili e di passioni condivise aveva in qualche modo creato un legame.

Lui sentì un rumore di passi e trasalì, l’altro lo fissò ugualmente allucinato.

«Scusami, ma devo scappare» bisbigliò. Intimamente sperava di non aver svegliato nessuno.

Prima di chiudere la porta di corsa, si avvicinò allo stipite e sussurrò: «Tornerò domani. Alla stessa ora!»

Quella mattina si svegliò con un’assillante voglia di vederlo. Aveva infatti molte domande. Chi era? Come era arrivato lì? Magari era un ospite dei suoi compagni, anche se era strano ricevere visite. Il centro adibito a quello scopo era giusto fuori e si potevano vedere le persone dietro a dei grandi vetri. 

Ma non voleva farsi troppe domande. Era da molto che non riusciva a parlare con qualcuno senza sentirsi minacciato. Lo consolava il fatto che perlomeno un altro su questa terra potesse sentirsi come lui. Cioè, che si sentisse come lui, l’altro non gliel’aveva detto. Era solo una cosa che percepiva nel profondo del suo cuore.

Quella mattina per la prima volta prese dal cassetto un pettine per sistemarsi i capelli unti. Avrebbe voluto anche radersi la folta barba, dietro a cui si nascondeva un volto un tempo considerato attraente. Non era però fattibile e, in ogni caso, non sarebbe comunque riuscito a rimanere da solo per più di qualche minuto. Cercava di lavarsi il meno possibile, dato che non poteva usare la doccia senza che qualcuno entrasse o lo apostrofasse in malo modo. A volte lo chiamavano “signorino”, altre “figlio di papà”. E guai se avesse finito l’acqua calda!

Comunque, cercò in qualche modo di darsi un tono e il fatto di aver finalmente dormito gli dava un’aria più fresca.

Andò in bagno e lo trovò lì. Aveva sempre apprezzato la puntualità e la precisione nelle persone. “Il tempo è denaro” gli diceva suo padre e per questo si era sempre prodigato a non sprecarne, ma nemmeno a farlo perdere agli altri. Parlò ad alta voce ininterrottamente per quasi tutta la notte.

Questo allegro ciarlare svegliò il Guercio che, stizzito, si trascinò fino al bagno. Notò la luce accesa e con l’occhio buono lo scorse dallo spiraglio della porta.

Stava parlando animatamente al proprio riflesso nello specchio.

Sospirò leggermente e sollevò le spalle. Provava un sentimento di pena, per lui quasi nuovo. Si diresse verso il letto e si accovacciò fra le coperte. Non fece in tempo ad appoggiare la testa sul cuscino che cominciò a sentirlo intonare qualche frase in inglese. La melodia gli ricordò qualcosa, forse il testo di Summertime. Scosse la testa e pensò che, da quando l’avvocato Rossetti aveva avvelenato il padre, manco una scarica di botte l’avrebbe fatto rinsavire.  

Summertime, and the livin’ is easy

Fish are jumpin’ and the cotton is high

Oh, your daddy’s rich and your ma is good-lookin’

So hush little baby, Don’t you cry

One of these mornings you’re gonna rise up singing

And you’ll spread your wings and you’ll take to the sky

But ‘til that morning, there ain’t nothin’ can harm you

With Daddy and Mammy standin’ by

Summertime, and the livin’ is easy

Fish are jumpin’ and the cotton is high

Oh, your daddy’s rich and your ma is good-lookin’

So hush little baby, Don’t you cry

One of these mornings you’re gonna rise up singing

And you’ll spread your wings and you’ll take the sky

But ‘til that morning, there ain’t nothing can harm yoi

with Daddy and Mummy standin’ by


L’autrice

Francesca Pozzo, classe 1996, editor e aspirante giornalista. Ha passato la vita a leggere e ascoltare storie, un giorno spera però di raccontarne una. 

FB: Francesca Ottavia Pozzo su Facebook e

IG: @frldumal

L’editor

Ilaria Annicchiarico, classe 1996, da quando ha imparato a leggere, una parte di lei è sempre rimasta sospesa tra i libri, a partire da cui prova a interpretare la realtà. Ama analizzare e cercare connessioni dentro e fuori dai libri, aspirante editor col sogno da sempre di scriverne uno.

IG: @ilariannicchiarico

FB: Ilaria Annicchiarico

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