“Tenerezza” di Martina Russo – I Racconti della Bussola

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“Tenerezza”

di Martina Russo

Editing di Alice Patria

Se qualcuno lo avesse visto, in quel momento, avrebbe detto che i suoi occhi brillavano come se fossero pieni di stelle. E, in un certo senso, la causa di quello sfavillio era una stellina poco più grande di lui.

Era seduto solo soletto in cucina, un panino e marmellata alla mano, di quelli che la mamma gli lasciava per cena, e lo sguardo incollato al piccolo televisore. Ad attirare la sua attenzione era stata una disciplina dei Giochi Olimpici, la ginnastica femminile.

I suoi occhi scrutavano i movimenti delle atlete. Volteggi, salti e atterraggi che sembravano molto difficili, meccanici, nulla che un bambino come lui avrebbe potuto replicare. No, no: qualcuno piccolo come lui non sarebbe mai riuscito a fare qualcosa del genere, serviva una forza incredibile.

Eppure, sullo schermo era comparsa una ragazzina, poco più grande di lui e dal fisico gracile. Era lì, davanti alle parallele, in attesa del via.

Accadde tutto in un attimo: balzò sulla pedana, prese una parallela, poi l’altra, fece dei volteggi, dei salti, delle evoluzioni e infine, come se nulla fosse successo, atterrò. Anni dopo, studiando fisica, si sarebbe ricordato di quella ragazza per cui la gravità non esisteva.

Sul momento non era certo di quello a cui aveva assistito, perché mentre il suo cuore batteva all’impazzata, sul tabellone campeggiava un misero uno, voto di cui non si poteva certo andare fieri. Ma non appena la voce entusiasta del commentatore annunciò che, no, quello non era un uno, ma il primo dieci della storia, il bambino balzò in piedi.

Un dieci! Il primo! E perlopiù preso da una ragazzina che forse aveva iniziato ad allenarsi quando aveva la sua età. Un dieci!

Nel sentire il clamore del pubblico, di tutti quegli adulti, il bambino pensò a una cosa soltanto: voleva essere come lei. Voleva diventare un ginnasta, voleva andare alle Olimpiadi, voleva prendere un dieci e lasciare tutti a bocca aperta; lasciare i suoi genitori a bocca aperta. Sì, avrebbe fatto il ginnasta!

O meglio, gli sarebbe piaciuto, ma le parallele erano troppo alte. Eppure, era stato così bravo. Si era alzato presto, si era lavato, vestito ed era corso al parco in modo da evitare che qualcuno gli rubasse il posto. Ma qual era il punto di tutta quella fatica se nemmeno con i balzi più alti riusciva a raggiungerle? La ragazza usava qualcosa… una pedana! Certo! Come poteva raggiungere la parallela da solo se persino un’atleta alle Olimpiadi aveva bisogno di aiuto?

Vagò per il parco, sotto gli alberi, dietro ai cespugli e tra i giochi, ma niente, della pedana neanche l’ombra. Probabilmente si erano dimenticati di metterla. Tornò indietro e cercò qualcosa che potesse sostituirla. Vide un tronco e si avvicinò per sollevarlo. Non appena si accorse che le radici erano piantate a terra si disse che, no, lui voleva fare il ginnasta, non il sollevatore di pesi, e se ne andò. Tentò perfino di chiedere aiuto ad alcuni corridori, ma nessuno gli prestava attenzione; continuavano ad allenarsi come se lui non ci fosse. Quanto si sarebbe arrabbiata la mamma se avesse saputo che parlava con degli sconosciuti! Imbronciato e a passo lento, si avviò verso le parallele.

Lo attirò una risata familiare, simile a quella del papà quando la mamma gli raccontava storie divertenti del lavoro. A lui non piacevano molto, perché parlavano di questioni che non comprendeva.

Tuttavia non era il padre, bensì un ragazzo giovane a produrre quel suono. Era seduto insieme ad altri ragazzi, attorno a uno dei piccoli tavoli del bar che, salvo per la loro presenza, in quel momento era vuoto…

In quel momento era vuoto! Il bambino si avvicinò al barista, un grosso sorriso in volto, e gli chiese una sedia in prestito.

«E cosa te ne fai?»

«Mi preparo per le Olimpiadi!»

Il barista scoppiò in una fragorosa risata, ma gli fece comunque cenno di prendere la sedia. «Occhio a non diventare campione di tuffi sull’asfalto.»

Il bambino ringraziò e corse verso le parallele, nella speranza di trovarle ancora libere. Posizionò bene la sedia, un pochino lontana dalle sbarre, perché aveva bisogno di un forte slancio. Vi salì e osservò i due lunghi tubi di ferro: si sarebbe aggrappato proprio nel punto in cui il sole si rifletteva. Prese un bel respiro, allungò le braccia e si buttò…

Ma mancò la parallela e cadde rovinosamente a terra.

Per un attimo, sembrò che si fosse sdraiato di sua volontà. Ma quando si alzò, piano piano, sentì il naso pulsare; le ginocchia e i palmi delle mani gli bruciavano. Sentì anche qualcosa di caldo rigargli il viso e un suono stridulo gli sfuggì dalla bocca. Urlò forte, sempre più forte, e anche la gola iniziò a fargli male.

Tra le lacrime vide il ragazzo con la risata di papà correre verso di lui. Lo prese in braccio e lo portò al bar, dove il povero barista, così bianco da sembrare un fantasma, aveva già preparato cerotti, bende, cotone e disinfettante. Il giovane prese la cassetta di pronto soccorso, si occupò delle ferite del bambino e, non appena il piccolo smise di piangere, gli ordinò un cornetto al cioccolato. Era leggermente salato e dal gusto simile a quello del ferro.

«Va meglio?»

Il bambino annuì.

«Potevi farti molto male, sai? Dov’è la tua mamma?»

«Al lavoro con papà…» Al solo pensiero, qualche lacrima riprese a scorrergli sul viso. Ma trattenne il pianto, perché un altro ragazzo, con indosso la maglia della squadra preferita dei suoi genitori, si intromise nella conversazione.

«E cosa ci fai qui tutto solo?»

«Volevo allenarmi.»

«Ah, sì? A fare cosa?»

«Il ginnasta delle parallele!»

Silenzio.

«Ma è pericoloso!»

Il bambino sobbalzò e si coprì la faccia: odiava sentire le persone più grandi urlare.

«È pericoloso, sì» la voce era quella del ragazzo con la risata di papà, «ma solo se lo fai da solo.»

«Cioè?»

«Dovresti trovare un allenatore e andare in palestra, lì è più sicuro.»

«E come faccio?»

«Be’, ti devono iscrivere i tuoi genitori.»

Il bambino corrucciò la fronte e i suoi occhi tornarono a inumidirsi. «Non hanno tempo per queste cose…»

«Possiamo aiutarti noi! Ti insegneremo a fare le cose più semplici.» Il ragazzo si voltò verso il resto del gruppo: «Che ne dite?»

Dal tavolo del bar si sollevò prima un mormorio di assenso, poi l’intero gruppo si raccolse intorno al bambino e lo scortò fino alle parallele.

Lo sollevarono a turno; aspettavano che le sue mani fossero ben salde attorno alla sbarra e lo lasciavano dondolare per qualche secondo, per poi prenderlo, riportarlo a terra e riempirlo di complimenti.

«Ora posso saltare da una parallela all’altra?»

A questa domanda i giovani si guardarono e iniziarono a parlare a bassa voce. Il bambino era confuso: se era così bravo dove stava il problema? Il ragazzo con la risata di papà gli diede un responso.

«Per i salti serve la palestra, ma noi possiamo insegnarti i passaggi. Che ne dici?»

Il bambino rifletté. Voleva diventare come la ragazza delle Olimpiadi il più in fretta possibile, ma allo stesso tempo non aveva molta voglia di sbattere di nuovo la faccia, la terra non aveva un buon sapore. Annuì.

Il ragazzo lo sollevò.

«Allora, aggrappati qui… Bravo, ora allunga una mano e prendi l’altra sbarra…»

Ma per quanto il bambino si allungasse, le sue dita riuscivano solo a sfiorare la parallela, a toccarne il ferro. Tese sempre più il braccio, si agitò, finché non sentì una lieve spinta: il ragazzo lo stava aiutando.

«Così sto barando!»

«Davvero? Io sto solo sostituendo la pedana! Ti sto dando quello che ti manca.»

Il bambino non ribatté e afferrò la barra con la mano destra. Poi staccò la sinistra e, accompagnato dal ragazzo con la risata di papà, strinse la seconda anche con quella. Era riuscito a passare da una parallela all’altra.

Il gruppetto balzò in piedi e si mise a urlare e ad applaudire. Il ragazzo con la risata di papà lo strinse forte e lo riempì di complimenti, ripetendogli che un giorno sarebbe diventato un campione e di ricordarsi di loro quando sarebbe andato alle Olimpiadi.

Ma il bambino non udì quelle parole. Sentiva soltanto un caldo abbraccio e l’esultanza di tante persone. E, in quell’affetto, si sentiva a casa.


L’autrice

Martina ha studiato letteratura e scrittura. Mentre cerca lavoro, legge, scrive, disegna e si circonda di carinerie. E piange perché non sa scrivere la bio.

IG: @marumars_

L’editor

Alice Patria. Scrive e lavora per diverse Case Editrici.

IG: @alice_conlaletterascarlatta

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